Iraq: il viaggio della Pace

Riflessioni e pensieri dopo il viaggio a Baghdad con la delegazione

di parlamentari ed esponenti della società civile

di Francesco Vignarca

Coordinamento Comasco per la Pace – Rete Lilliput Como

 

Non penso che una delegazione di trenta persone (la "nostra" delegazione di trenta persone) formata da parlamentari, da esponenti di associazioni e da giornalisti possa indirizzare i percorsi politici e strategici che condurranno o meno alla guerra in Iraq. Non credo, realisticamente, che i potenti della terra ci daranno ascolto…

Non ritengo nemmeno che nel poco tempo a disposizione sia stato possibile esprimere alla popolazione irachena tutta la solidarietà che avevamo intenzione di portare. Per ribadire direttamente a loro, con un minimo di calore, la nostra vicinanza alle sofferenze ed alla disperazione.

Ciononostante… penso che il nostro percorso, che voleva essere un viaggio di Pace, sia stato una buona metafora di quello che è il "viaggio della Pace".

Un cammino fatto da persone impreparate e non ben coscienti della meta verso cui stavano andando, così come lo sono tutti nella costruzione della Pace, ed in qualche misura complici della condizione di crisi in atto. Credo proprio che ognuno di noi possa considerarsi in parte responsabile dei contrasti e dei conflitti fra i popoli se non mette fino in fondo le sue energie a disposizione della realizzazione di un mondo più giusto.

Quello che io ho imparato da questo viaggio, quello che ho visto vivido sotto i miei occhi e colto con forza in ogni momento e circostanza, è che dobbiamo aiutare la Pace ad inserirsi in ogni spiraglio aperto. Dobbiamo fare in modo che essa riesca a lavorare senza sosta e attraverso ogni via possibile, anche quelle strette, anche quelle difficili… come l’acqua di una sorgente sotterranea che riesce a modellare perfino la roccia più dura!

Lo stesso sforzo che abbiamo profuso noi per cogliere gli aspetti e le contraddizioni più vere di un paese come l’Iraq, così al centro dell’attenzione e così poco conosciuto.

Per una settimana, abbiamo avuto la possibilità di calarci in una realtà sociale ed umana completamente differente dalla nostra quotidianità e, soprattutto, abbiamo potuto sentire sulla nostra pelle l’atmosfera di un paese già lungamente martoriato (dal regime, dall’embargo,…) e che vive sotto la costante minaccia di un attacco. "I nostri sentimenti sono congelati" ha detto una ragazzina irachena, riverberando negli occhi e nella voce la mancanza di speranza che abita nel profondo della sua anima. Questa consapevolezza mista di impotenza e rassegnazione, aumentata e cementata dal tipico fatalismo arabo, è se possibile ancora peggiore della pur drammatica situazione materiale. Una condizione sempre sull’orlo della catastrofe, in buona parte per colpa della politica e dell’indifferenza di noi "popoli civili": ci consideriamo i paladini di libertà e giustizia quando invece affamiamo un intero popolo ed arricchiamo, rafforzandoli, i capi che diciamo di voler abbattere. In realtà stiamo uccidendo, oltre a bambini, donne e uomini indifesi, anche i loro sogni e la loro fiducia di una vita serena e felice.

Ma anche in questo clima pesante, pur con tutte le difficoltà evidenti e già tratteggiate, la vita riesce sempre a trovare una strada per "uscire alla luce", grazie al valore profondo di un popolo che ha saputo donare un grande senso di umanità anche a noi, visitatori di passaggio provenienti da un paese straniero e "nemico". Di fronte a ciò sei costretto a fermarti e a domandarti qual è stato il motivo che ti ha spinto ad intraprendere un viaggio del genere. Sei portato a chiederti quale possa essere il contributo vero delle tue buone intenzioni di "diplomazia dal basso" ed "intervento diretto nonviolento". Certe volte ci si scopre molto meno preziosi di quanto si sia portati a credere normalmente!

Ma anche se non abbiamo fatto chissà che cosa, anche se il nostro contributo di dialogo si è perso nella marea di odio e di scontro, quel poco di cammino che abbiamo percorso può essere davvero importante se "moltiplicato nelle molteplicità". Perché le strade di Baghdad rimarranno nei nostri cuori e nella nostra mente, perché sapremo dire no alla guerra con la voce delle donne e degli uomini iracheni, perché finalmente abbiamo iniziato a praticare, nella sperimentazione, quelle azioni innovative nonviolente che da sempre propugniamo. Continuiamo dunque questo percorso, integrandolo con altri percorsi ed altre elaborazioni, per farlo divenire un vero cammino. Perché è solo con questi piccoli passi, con fiammelle accese da molte persone, con una nuova e diffusa consapevolezza che i grandi principi ed ideali non c’entrano con le guerre che la Pace potrà continuare con speranza il suo lungo e meraviglioso viaggio…. insciallah!