Perché una guerra in Iraq? Un’altra prospettiva…
di Francesco Vignarca
Coordinamento Comasco per la Pace – Rete Lilliput Como
Membro della delegazione di Pace a Baghdad del 1-6 Dicembre 2002
Sempre più spesso accade che uno dei vari focolai di conflitto presenti nel mondo (attualmente ve ne sono circa 60, lo sapevate?) divenga centro di attenzione nelle potenze occidentali. E, di colpo, governi ed opinioni pubbliche sono chiamati a dipanare complesse matasse politiche e storiche ponendosi la fatidica domanda: fare o non fare la guerra? Ma soprattutto, perché farla? Anche noi, in questi ultimi mesi, ci siamo dovuti immergere in un clima del genere a riguardo della questione irachena, improvvisamente divenuta di enorme rilevanza dopo anni in cui era stata completamente dimenticata da (quasi) tutti.
In questo articolo tenterò di affrontare in maniera completa le ragioni, quelle reali e quelle meno reali, alla base della corsa verso un sanguinoso conflitto che, se concretizzato, andrà a colpire una popolazione già stremata da più di un decennio di embargo. La prospettiva di partenza risulterà sicuramente anomala rispetto agli usuali commenti sul tema, e chiaramente condurrà a conclusioni differenti dalle solite. Conclusioni che ho maturato sia durante il mio viaggio a Baghdad con una delegazione di parlamentari ed esponenti della società civile, sia approfondendo la questione mediante un corposo numero di materiali.
Il mio punto di partenza è semplice: affrontare la questione irachena non da sola ed in maniera semplicistica (quasi si trattasse di un litigio fra bambini: George e Saddam…), ma inserendola in un contesto più ampio, tale da donarle un senso più veritiero.
Si dice che la guerra sia necessaria per liberare il popolo dell’Iraq dal giogo di un regime totalitario, non rispettoso dei diritti umani e che mette a disposizione di un pazzo criminale un arsenale di distruzione di massa. Per prima cosa ricordiamoci che la feroce dittatura di Saddam Hussein è nata nel 1979 sotto il segno di massacri politici ben noti, ma cosa hanno fatto Stati Uniti ed alleati europei nel corso degli anni? Hanno sistematicamente provveduto a rinforzarla: con vendite d’armi (la nostra cara Italia ha fornito elicotteri e navi fino al 1984), con copertura politica (da ricordare la visita dell’attuale ministro americano Rumsfeld nel 1983 con strette di mano ed abbracci a Saddam), con giustificazioni (come quando si accusava l’Iran di utilizzare armi chimiche invece impiegate dal rais di Baghdad) ed infine con un embargo che ha assunto i contorni della catastrofe umanitaria, rafforzando in questo modo la morsa del regime ed il suo potere interno. Un po’ di dati? In dieci anni sono più di un milione e mezzo (500.000 bambini) gli iracheni morti per cause dirette dell’embargo ed ancora adesso, nonostante il programma ONU "petrolio in cambio di cibo", si rischia ogni giorno la sciagura totale, come ci ha riferito con vigore il Coordinatore Umanitario dell’ONU in Iraq. Attualmente la popolazione irachena di 24 milioni di abitanti vive con razioni prodotte dal programma "oil for food" che riesce a stanziare (ma purtroppo non a concretizzare) circa 9 miliardi di dollari all’anno. Di contro si stima che il regime riesca a contrabbandare petrolio per 2,5 miliardi di dollari all’anno..!! La domanda seria da porsi è quindi: a chi giova l’embargo? E perché lo si continua?
C’è poi la questione armi di distruzione di massa. E’ accertato che l’Iraq le ha possedute, così come si è sicuri che siano state eliminate quasi completamente nel corso della guerra del Golfo insieme a moltissime infrastrutture. Il punto vero della questione è dunque sapere se siano state ricostruite e capire se i pericoli si siano con esse rinnovati. Badate bene che ciò non può che far piacere al movimento pacifista, da decenni attivo per un disarmo che sia però complessivo e generale, non riferito solo ai paesi che non rientrano nei nostri quadri strategici di alleanza! Ho ancora nelle orecchie la domanda di un professore Universitario di Baghdad: "Ma perché i popoli dell’occidente ce l’hanno con noi poveri diavoli? Ma non vedete che ci sono altri stati che hanno più armi pericolose di noi?". Come dargli torto?
In realtà le armi sono una delle ragioni di questa paventata guerra, ma in un senso molto diverso da quello sbandierato. William Nordhaus, economista della prestigiosa università di Yale, ha stimato, anche su dati del Congresso americano, che un’eventuale guerra all’Iraq costerebbe dai 50 ai 140 miliardi di dollari in spese dirette militari, a secondo dell’evoluzione delle operazioni belliche. E’ evidente quanto questa cifra possa interessare alle industrie d’armi e, parallelamente, come possa servire a rivitalizzare l’attuale economia stagnante, procurando nel contempo un grosso affare alle compagnie petrolifere che forniranno carburante per i trasporti (conosciamo tutti i legami dell’Amministrazione Bush con i magnati del petrolio). E’ un ragionamento da sempre sfruttato dai governanti che va sotto il nome, in economia, di Keynesismo Militare. Ma Nordhaus va oltre e sottolinea come in qualsiasi caso questi piccoli "benefici economici" verranno travolti da tutta una serie di altri costi (l’occupazione del paese per garantire una ricostruzione sociale, l’assistenza umanitaria, l’impatto macroeconomico e sui mercati,…) per cui i soli Stati Uniti subiranno un impatto complessivo lungo dieci anni stimabile dai 130 ai 1500 miliardi di dollari a secondo delle circostanze! Una cifra enorme che diviene ancor più mostruosa se si ricorda l’ammontare annuale a disposizione della popolazione irachena (come detto 9 miliardi di dollari) e si pensa che la Banca Mondiale quantifica in 20 miliardi di dollari le risorse sufficienti a risolvere per un anno i problemi di fame e quelli sanitari dei paesi del Terzo Mondo…
Un’altra causa "vera" da non dimenticare è sicuramente il petrolio. L’Iraq è il secondo paese produttore al mondo, con una quota dell’8%, e dispone di giacimenti in grado di fornire oro nero per tempi abbastanza lunghi. E’ chiaro come il controllo, anche solo indiretto, di queste risorse faccia incredibilmente gola alle lobbies politico-economiche di tutto il mondo. Già ora si sta scatenando una lotta sotterranea fra le compagnie petrolifere Russe e Francesi, che hanno stretto accordi preliminari con l’attuale governo, e quelle Inglesi ed Americane invece completamente tagliate fuori da ogni affare. In quest’ottica è molto più semplice comprendere il braccio di ferro che oppone alcuni paesi in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, braccio di ferro che si gioca però sulla pelle di gente innocente ed indifesa: dobbiamo sempre ricordarcelo quando affrontiamo uno qualsiasi degli aspetti di questa crisi! Anche la questione petrolio non va tuttavia affrontata in maniera semplicistica e ristretta, dipingendo ingenuamente una situazione da colonialismo classico con la potenza USA che punta a controllare direttamente (o per mezzo di governi fantoccio, come fatto ad esempio dagli Inglesi proprio in Iraq a partire dagli anni ’20 del secolo scorso) le risorse dello stato arabo. In realtà il gioco è molto più complesso e sottile, e prevede un orizzonte più ampio ed articolato che comprende l’intera regione mediorientale e si estende in prospettiva verso la zona di influenza della nascente potenza cinese. Uno schema di riferimento tranquillamente applicabile anche al caso dell’Afghanistan.
Il quadro complessivo è efficacemente tratteggiato in un recente saggio a più mani redatto dall’Istituto di Studi Strategici Nazionali della National Defense University con sede in Virginia (USA). Già dal titolo si possono cogliere interessanti elementi, poiché si fa riferimento alla necessità di "andare oltre" una semplice strategia di contenimento per "difendere gli interessi" americani nel Golfo Persico. Secondo tale studio, lo scopo principale della strategia di intervento statunitense, da intendersi come avanguardia dell’egemonia economica e politica dell’occidente, dovrebbe naturalmente consistere nel garantirsi un controllo generale e stabile di una porzione di mondo così rilevante per posizione e risorse. Il dilemma di fondo si concretizza invece sul come riuscirci senza dover impiegare direttamente troppe forze, vista l’instabile situazione nella vita politica dei paesi arabi in un contesto geopolitico caratterizzato dalla "lotta al terrorismo" dell’amministrazione Bush. In particolare, il problema si focalizza nella presenza di forze americane nel territorio dell’Arabia Saudita; presenza sempre meno tollerata da chi vi vede una fastidiosa intrusione nei luoghi santi dell’Islam che la monarchia Saudita deve custodire. Ed è per questo che l’Iraq viene ad assumere un ruolo centrale nella partita, in quanto paese laico (l’unico stato arabo in cui si possono vedere campanili accanto a minareti), posizionato nel centro geografico della regione e soprattutto facile agnello sacrificale visti i precedenti ed il regime totalitario che si ritrova. Controllare Baghdad significa poter continuare ad esercitare una sorveglianza attenta e sicura, ma con una presenza di più basso profilo che non si veda direttamente e si scorga invece "oltre l’orizzonte". Per cui, ammoniscono gli esperti americani, la necessità di una presenza militare americana nel Golfo non potrà terminare con la rimozione di Saddam ("no panacea"), in quanto la politica perseguita a riguardo del conflitto Israeliano-Palestinese ha ormai eroso l’influenza statunitense nella regione incrementando la vulnerabilità delle classi dirigenti arabe e rinforzando la visione della "guerra al terrorismo" come una campagna anti-Islamica.
Come si vede le motivazioni di fondo che tendono a far precipitare la situazione verso un conflitto aperto sono molto più variegate e complesse rispetto a quelle che di solito vengono nominate e discusse. E ci conducono immediatamente alla domanda più importante che i governanti di tutto il mondo dovrebbero sempre porsi: un intervento bellico migliorerà la situazione? Insomma, occorrerebbe non tanto chiedersi per quali motivi fare la guerra quanto capire a cosa possa servire la guerra… Soprattutto in questo caso, per il quale si stima che i morti per cause dirette dei combattimenti potrebbero essere dai 75.000 ai 200.000, ed arrivare addirittura ad quasi 4 milioni nell’eventualità di un utilizzo degli armamenti nucleari…. Chi sostiene che la guerra ogni tanto è "giusta" e "necessaria" dovrebbe chiedersi se questo è un prezzo adeguato agli obiettivi che ci si pone e che prima abbiamo chiarito…
Se guardiamo la storia, remota o recente che sia, si può facilmente verificare come ogni scontro armato abbia portato come conseguenza morte, distruzione e oltraggio ai diritti di donne, uomini e bambini. E ciò si è acuito ancora di più nel 20° secolo, periodo in cui le vittime delle guerre sono stati al 90% civili inermi! Perciò non credo debbano essere i pacifisti ed i nonviolenti a dover dimostrare la validità del loro metodo di gestione delle crisi, quanto chi continua a considerare la guerra uno strumento valido come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.