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Foto
di Martino Emmanuele |
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Roma:
manifestazione contro la guerra all'Iraq del 15 febbraio 2003
C'è
chi pensa che solo ai potenti sia dato di scrivere la storia. Oggi in
tutto il mondo stiamo dimostrando il contrario. In tutto il mondo, oggi,
stiamo dimostrando che gli uomini e le donne, i popoli, i cittadini e
le cittadine possono riprendere in mano il proprio destino e decidere
insieme il proprio comune futuro.
Fermiamo la guerra. Milioni di persone, movimenti sociali, organizzazioni
grandi e piccole in tutto il pianeta hanno risposto all'appello promosso
dal Forum Sociale Europeo e rilanciato nel Forum Sociale Mondiale. Dal
Giappone agli Stati Uniti, dalla Russia all'Islanda, da Manila al Cairo
abbiamo marciato insieme. Insieme, palestinesi a Ramallah e israeliani
a Tel Aviv. Gli osservatori di pace di tutto il mondo a Baghdad. Oggi,
siamo parte della più grande manifestazione mondiale della storia
dell'umanità. Per dire no alla guerra all'Iraq. No, senza se e
senza ma.
Non siamo qui a fare testimonianza. Siamo qui perché questa guerra
vogliamo fermarla. E possiamo fermarla.
Sappiamo bene che il governo degli Stati Uniti vuole questa guerra. Sappiamo
che Bush e i suoi alleati sono disposti a fare la guerra anche contro
la volontà della maggioranza dei popoli del pianeta. Ma sappiamo
anche che l'opinione pubblica ha un peso. Che i presidenti devono essere
eletti. Che i governi hanno bisogno di voti. Lo sanno anche loro. Abbiamo
un potere immenso, nelle nostre mani, se siamo capaci di presentarci uniti.
Se siamo capaci di convincere gli indecisi. Se non ci rassegniamo. Se
non torniamo a casa. Se non ci diamo per vinti. Se nei prossimi giorni
continueremo ad estendere la resistenza popolare e permanente alla guerra.
Fermiamo la guerra.
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Siamo tanti e diversi. Veniamo da storie, culture, pratiche e percorsi
diversi e differenti. Oggi hanno marciato insieme i movimenti che si battono
contro la globalizzazione neoliberista, i movimenti per la pace, i movimenti
per la democrazia, partiti politici, l'associazionismo sociale, sindacati
confederali e di base, associazionismo religioso, i social forum, le strutture
dell'autorganizzazione, le aree antagoniste e della disobbedienza, le
ONG, intellettuali, operatori della comunicazione, le organizzazioni degli
studenti, delle donne, dei migranti, e migliaia di cittadini e di cittadine.
Siamo orgogliosi di tanta diversità. E' la nostra forza, perché
la nostra convergenza è costruita sulla chiarezza. Senza ambiguità,
senza opportunismi, siamo tutti schierati contro questa guerra, in ogni
caso, qualsiasi istituzione la promuova o la autorizzi.
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Siamo qui, a dispetto delle scelte della dirigenza della RAI, il servizio
pubblico pagato da tutti i cittadini, che ha deciso di oscurare questa
grande manifestazione rifiutandosi di dare la diretta televisiva.
Siamo qui per difendere l'articolo 11 della nostra Costituzione "L'Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".
Non erano sognatori, quelli che scrissero la Costituzione. Avevano visto
gli orrori del nazifascismo, erano stati protagonisti della Resistenza,
avevano visto le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Non si illudevano
di poter vivere in un mondo senza conflitti. Di fronte ai conflitti, hanno
fatto una scelta: non usare la guerra, usare la politica. A questa scelta
di civiltà, noi ci sentiamo vincolati.
Siamo qui per difendere il diritto internazionale. E il diritto internazionale
dice che nessuno può farsi giustizia da sé. La giusta risposta
al terrorismo non può essere la vendetta, né tanto meno
la guerra preventiva. Non può essere la risposta di Bush dopo le
Twin Towers, e neppure quella di Sharon. La guerra preventiva è
la morte del diritto internazionale. La guerra preventiva è l'affermazione
del dominio del più forte. Il governo degli Stati Uniti ha mostrato
fino in fondo il suo progetto di egemonia mondiale, senza regole e senza
vincoli, nel documento sulla sicurezza nazionale nel quale si arroga il
potere di muovere guerra "a chiunque costituisca una minaccia per
i propri interessi nazionali". A vivere in un futuro di barbarie,
noi ci rifiutiamo.
Siamo qui perché siamo convinti che la guerra non sconfigge il
terrorismo. Il terrorismo non ha mia ragione, neanche quando si nasconde
dietro le ragioni dell'ingiustizia sociale. Il terrorismo uccide la partecipazione,
che è la forza dei movimenti sociali. A delegare la lotta per il
cambiamento, non ci rassegneremo mai.
Siamo qui per difendere la giustizia. Uno degli obiettivi della guerra
è il controllo del petrolio che alimenta le economie occidentali.
Non è benessere quello che si crea a costo della vita di milioni
di persone in tutto il mondo. Il mondo è pieno di armi nucleari,
batteriologice, chimiche, di distruzione di massa. Le spese militari aumentano
in tutti i paesi del mondo, e alimentano il commercio illegale e criminale.
Lo stato più armato del pianeta vuole fare la guerra all'Iraq in
nome del disarmo. Gli USA hanno speso quest'anno 500 miliardi di dollari
per le armi. Ne basterebbero 13 per salvare dalla morte per fame milioni
di persone. A un mondo così tremendamente ingiusto, noi ci opponiamo.
Siamo qui anche contro la guerra economica, sociale e culturale che affligge
il pianeta, contro la globalizzazione neoliberista che produce ogni giorno
più disoccupazione, precarietà, miseria e ingiustizia sociale.
Siamo qui per difendere la pace. La guerra sarà vista, nei tanti
sud del mondo, come un'altra prova dell'arroganza e della politica di
potenza dell'occidente. Aumenterà la spirale dell'insicurezza e
della repressione, dell'odio etnico e religioso. Produrrà altra
violenza, altra guerra. A questo circolo vizioso, noi ci impegniamo a
resistere.
Siamo qui per difendere la democrazia e i diritti umani. Ci battiamo perché
democrazia e diritti umani siano affermati in tutto il mondo contro ogni
dittatura e tirannia. Anche in Iraq. Ma la democrazia non si può
affermare con l'arbitrio. Il popolo iracheno ha sofferto abbastanza. Il
regime di Saddam è stato sostenuto e armato per anni dagli Stati
Uniti. Dodici anni di embargo hanno fatto il resto. All'orrore di tremila
bombe lanciate su un popolo stremato, noi ci rivoltiamo. Così come
ci rivoltiamo all'uso delle bombe atomiche già minacciato nei piani
del Pentagono, e siamo particolarmente allarmati per la presenza di ordigni
nucleari tattici ad alta penetrazione nelle basi militari in Italia.
Siamo qui perché la Carta dell'ONU esclude e condanna la guerra
come flagello dell'umanità. Nessun Consiglio di Sicurezza può
legittimare questa guerra. La Carta delle Nazioni Unite non lo permette.
Autorizzare la guerra vuol dire uccidere definitivamente l'ONU, già
da anni debole, succube dei poteri forti, tollerante di troppe ingiustizie
in tutto il mondo. Basta con le complicità, basta con le doppie
misure, basta con la sudditanza agli Stati Uniti. All'ipocrisia della
comunità internazionale, noi ci ribelliamo.
Siamo qui, infine e soprattutto, per difendere il diritto alla vita dei
nostri fratelli e sorelle irachene minacciate di morte dopo dodici anni
di stenti. Vogliamo ricordarci sempre, e vogliamo ricordare a tutti, che
saranno loro a pagare il prezzo più alto. La guerra la decidono
i potenti, ma sono i deboli che la fanno e la subiscono. Noi la guerra
la vediamo dall'alto, con le immagini dei traccianti e la scia dei missili.
Loro la vedono dal basso, ed è tutta un'altra cosa. Un razzismo
strisciante, per il quale le vite non sono tutte uguali, impedisce di
vedere la guerra con i loro occhi, di pensare ai loro volti e ai loro
sorrisi quando parliamo di guerra. A loro, e alle vittime mai viste di
tutte le guerre dichiarate e non dichiarate, vi chiediamo di dedicare
ora un minuto di silenzio.
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Siamo cittadini e cittadine di Europa. Una Europa che ancora può
fermare questa guerra. Facciamo appello, insieme a tutti i movimenti europei,
ai paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU affinché
si esprimano contro la guerra e a quelli che hanno potere di veto facciamo
appello affinché esercitino questo potere, bloccando qualsiasi
risoluzione che autorizzi l'attacco all'Iraq.
Facciamo appello, come stanno facendo i movimenti europei in tutti i loro
paesi, alle forze politiche e ai parlamentari perché in tutti i
parlamenti nazionali si arrivi al voto prima possibile, prima che la guerra
cominci.
Facciamo appello, insieme ai movimenti europei, perché partiti
e parlamentari si impegnino a votare contro la guerra, anche in caso di
autorizzazione delle Nazioni Unite, e contro l'utilizzo delle basi militari,
contro il sorvolo degli spazi aerei nazionali e contro qualsiasi supporto
logistico diretto o indiretto alla guerra.
Facciamo appello perché le porte del negoziato siano tenute caparbiamente
aperte, per arrivare a una soluzione politica e non militare della crisi.
In molti paesi europei, come in Italia, la grandissima maggioranza della
popolazione è contro la guerra. Chiediamo che i Parlamenti rispettino
questo orientamento e lo traducano in scelte coerenti.
Facciamo un appello politiche e ai singoli parlamentari: a quelli che
sono qui oggi e a quelli della maggioranza che per diversi motivi -politici,
religiosi, di coscienza- sono contro questa guerra. Ci sentiamo di chiedervi
un atto di coraggio e di coerenza. Chiediamo un vincolo di coerenza in
particolare alle forze politiche che hanno aderito a questa manifestazione.
Ognuno si assuma le proprie responsabilità, nella libertà
che a ciascuno compete. Ciascuno risponderà delle proprie azioni
di fronte ai cittadini e alle cittadine di questo paese. Il tempo del
politicismo è finito. E' tempo di chiarezza.
Votate contro questa guerra. Fate vincere in Parlamento le ragioni della
pace e della democrazia che nel paese hanno già vinto. Assumete
la responsabilità di rappresentare la volontà della maggioranza
dei cittadini italiani. Restituite al nostro paese un ruolo positivo e
una dignità.
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A noi, movimenti sociali, associazioni, partiti politici, organizzazioni
sindacali, esperienze religiose, strutture autorganizzate, società
civile organizzata e diffusa, cittadini e cittadine che abbiamo condiviso
la piattaforma di questa manifestazione, da qui rilanciamo un appello
e un impegno comune. Mettiamo in campo tutte le nostre energie, le nostre
forze, le nostre intelligenze e i nostri corpi, le nostre relazioni, la
nostra fantasia e la nostra determinazione per fermare la guerra. Costruiamo
la più grande esperienza di resistenza permanente alla guerra e
alla macchina della guerra che sia mai stata messa in campo, nel caso
sciagurato che la guerra inizi.
Facciamo appello perché andiamo avanti insieme, nel rispetto delle
differenze, trovando il massimo possibile di unità e di convergenza,
coordinando laddove possibile le nostre iniziative, comunicando, riconoscendo
le pratiche diverse in un patto di solidarietà.
Ciascuno con i propri strumenti, ciascuno con le proprie forme, ciascuno
con le proprie pratiche, costruiamo una rete gigantesca di iniziative
e di azioni che provino a fermare, a intralciare, a boicottare, a mettere
ostacoli alla guerra.
Facciamo appello perché prosegua la mobilitazione di massa in ogni
città, in ogni quartiere, in ogni piazza del paese. Prepariamoci
a rispondere all'appello dei pacifisti americani perché in caso
di attacco tutti scendano in strada. Prepariamoci a rispondere all'appello
europeo per manifestazioni di massa in ogni paese il primo sabato dopo
l'attacco.
Facciamo appello agli studenti perché le scuole e le università
siano ancora una volta al centro della mobilitazione contro la guerra.
Facciamo appello alle associazioni dei consumatori e dei cittadini consapevoli
perché promuovano campagne, coinvolgendo il maggior numero di persone
in azioni quotidiane contro la guerra.
Facciamo appello alle organizzazioni sindacali, molte delle quali sono
oggi in piazza qui e in tutto il mondo, affinché rafforzino ed
estendano la mobilitazione dei lavoratori utilizzando tutti gli strumenti
possibili, inclusi gli scioperi.
Facciamo appello agli operatori dell'informazione affinché rifiutino
di essere arruolati in una guerra fatta innanzi tutto di menzogne. Disobbedite
anche voi agli ordini ingiusti, impedite che le redazioni si trasformino
in caserme.
Facciamo appello perché aumenti la mobilitazione capillare per
coinvolgere tutti e tutte. Riempiamo le finestre delle nostre città
di bandiere della pace. In ogni casa, in ogni scuola, nei luoghi di lavoro,
nelle sedi istituzionali, tappezziamo l'Italia di bandiere pacifiste.
Facciamo appello affinché ciascuno trovi il suo modo per non obbedire
all'ordine ingiusto di sostenere la guerra. Le pratiche della nonviolenza
attiva, della testimonianza, del digiuno, della preghiera, della disobbedienza
civile e sociale, della resistenza e dell'antagonismo sociale hanno grandi
radici e tradizioni nel nostro paese. Costruiamo una fitta rete di resistenza
popolare che sappia essere efficace, allargare il consenso e la partecipazione
attiva per fermare la guerra in tutti i suoi aspetti.
Facciamo appello perché aumenti la solidarietà concreta
a fianco delle vittime della guerra. A fianco della popolazione civile
irachena, che si prepara alla guerra in mezzo a mille sofferenze. A fianco
del popolo palestinese, del popolo kurdo, del popolo afgano, dei popoli
che soffrono le guerre dimenticate.
Noi non siamo quelli che vendono le armi ai dittatori. Noi siamo quelli
che da anni, nel silenzio colpevole dei governi, siamo a fianco giorno
dopo giorno ai popoli del mondo che patiscono la guerra, la povertà,
l'oppressione. Rilanciamo tutte le iniziative di solidarietà concreta
e di cooperazione internazionale che la società civile mette in
campo. E avvisiamo sin d'oggi il Governo che non parteciperemo ad iniziative
umanitarie promosse da chi butta le bombe. I nostri soldi, li spenderemo
bene. Salutiamo da qui i cooperanti e i volontari impegnati all'estero
che oggi hanno fatto lo sciopero bianco contro la guerra in tutto il mondo.
Facciamo appello perché si rilanci l'iniziativa politica in Medio
Oriente, per la fine dell'occupazione in Palestina, per due popoli e due
stati, per Gerusalemme capitale condivisa, per la pace e la democrazia
in tutto il Kurdistan, per la vita e la libertà del presidente
Ocalan e di tutti i leader politici, sociali, sindacali, di minoranze
etniche detenuti e perseguitati. Noi non usiamo due pesi e due misure.
Facciamo appello perché il sostegno alle forze democratiche che
vivono oppressi da regimi e dittature in tutta la
regione diventi priorità politica per tutti, istituzioni e movimenti.
Dall'Iraq all'Arabia Saudita, i diritti umani, civili e politici sono
negati per milioni di persone. C'è bisogno di solidarietà
e di impegno politico quotidiano.
Facciamo appello perché si rafforzino i movimenti europei e mondiali
che con noi sono impegnati contro la guerra,
perché si realizzi la massima solidarietà e sostegno al
movimento pacifista negli Stati Uniti che rappresenta una grande speranza
di cambiamento per il proprio paese e per tutto il mondo.
Facciamo appello per una politica di disarmo globale sul piano militare,
economico e sociale, per politiche di riduzione delle spese militari,
per una riconversione dell'economia di guerra verso usi civili.
Facciamo appello perché l'impegno assunto da tanti movimenti sociali
nel Forum Sociale Europeo di Firenze affinché l'articolo 1 della
Costituzione Europea contenga il ripudio della guerra come mezzo per la
risoluzione delle controversie internazionali divenga una grande campagna
nazionale ed europea. Possiamo dare alla storia un altro segno. Un segno
di civiltà. Un mondo senza guerra è possibile. Un mondo
di pace, di giustizia, di diritti è possibile. Un
altro mondo è possibile. E oggi qui lo stiamo costruendo. Fermiamo
la guerra
Lettura
del comitato organizzatore del palco
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