Da Il Cittadino del 16 ottobre 2003

Il commento

Il black out, l’energia e il Lodigiano

Rete Lilliput, Nodo di Lodi

Con il black-out del 28 settembre il tema dell’energia è entrato nelle case di tutti gli italiani, legandosi senza motivo al problema della costruzione di nuove centrali termoelettriche; problema che tradotto in lodigiano significa il raddoppio della centrale di Tavazzano e la costruzione di una centrale a Bertonico.

Vedere la città e le campagne completamente al buio fa capire più di mille saggi scientifici e calcoli matematici quanto siamo dipendenti dall’energia, quanto diamo per scontato qualcosa che solo 200 anni fa non conoscevamo.

Il buio è stato istintivamente associato ad una mancanza di energia, e quindi di centrali per produrla.

Ma in realtà il black-out notturno è stato causato da una cattiva gestione della rete elettrica e della potenza esistente; da carenze strutturali e incapacità nella gestione della distribuzioni dell’energia stessa.

Per questo tipo di problemi non serve costruire nuove centrali termoelettriche, per lo stesso motivo per cui se l’automobile non tiene il minimo e ha il sistema di avviamento difettoso, non serve mettere più benzina nel serbatoio.

"Dobbiamo costruire nuove centrali" è invece la parola d’ordine che è circolata, lanciata dalla più alta carica dello stato, rimbalzata sulle prime pagine e nei talk show di prima serata.

Così abbiamo potuto leggere sulle pagine di un quotidiano nazionale che "Nonostante il black-out, il presidente Guerini è contro l’ampliamento di Tavazzano", come se il black out qualcosa centrasse con il far diventare Tavazzano la centrale più grande d’Italia; o il Ministro Lunardi dire che "si deve ripensare quanto deciso anni fa sul nucleare".

Molto sommessamente, si è iniziato a parlare della necessità di ridurre i consumi e di risparmiare energia. Al di la’ delle improvvisate di qualche politico che suggeriva di consumare meno acqua del rubinetto o di spostare l’orario di avvio degli elettrodomestici, la necessità di una conversione ecologia dei sistemi di produzione e degli stili di vita e di consumo rimane nell’ombra.

Nonostante oggi sia possibile ridurre sensibilmente i consumi (in un recente rapporto dell’Unione Europea si calcola che quasi il 20 % dei consumi di elettricità sarebbe già oggi risparmiabile, senza costi aggiuntivi, ossia con guadagni economici).

Nonostante l’ultima guerra abbia mostrato in modo fin troppo crudo le conseguenze reali e tragiche della nostra dipendenza dal petrolio.

E nonostante l’Italia abbia ratificato nel giugno 2002 il Protocollo di Kyoto, e quindi preso un formale impegno a ridurre le emissioni di gas serra, causati dalla produzione di energia, dal riscaldamento delle abitazioni, dai trasporti e dalle attività industriali e agricole. Impegno fino ad ora disatteso, in quanto le emissioni continuano allegramente a crescere (+ 6 % dal 1990 al 2000).

Nei primi dieci giorni di dicembre si terrà a Milano la nona riunione della Conferenza delle Parti (COP 9) della Convenzione Internazionale per i Cambiamenti Climatici. Il più grande sforzo scientifico di tutti i tempi, per affrontare quella che viene vista come la vera emergenza ambientale del XXI secolo, il surriscaldamento del pianeta provocato dall’effetto serra.

Parteciperanno migliaia di delegati da tutto il mondo, centinaia di ONG, e si spera che con la ratifica del trattato da parte della Russia il Protocollo di Kyoto entri finalmente in vigore, sia effettivamente vincolante per le parti.

Mantenere l’impegno a ridurre i gas serra significa iniziare a cambiare la mentalità, le priorità dello sviluppo del territorio. A partire dal basso, dal quotidiano e dall’azione amministrativa a livello locale, comunale e provinciale.

E’ nell’ambito di questo impegno alla riduzione delle emissioni di gas serra (impegno, si ricordi, già sottoscritto) che andrebbero ripensate le politiche e le azioni locali. E dopo verle pensate andrebbero applicate, per poi controllare quanto davvero si fa per lo sviluppo sostenibile e quanto sono le solite chiacchiere. Alla luce della riduzione delle emissioni di gas serra le vicende che occupano la cronaca lodigiana andrebbero formulate diversamente, o almeno andrebbero aggiunti alcuni altri parametri di valutazione. Alcuni esempi possono essere utili.

Quale sarà l’efficienza energetica della nuova sede della Provincia ? Quanti panelli solari ci saranno sopra i tetti della nuova università ? Quanto cresceranno in provincia i km percorsi dalle automobili e dai mezzi pubblici ? Quanti delle sedi di sviluppo della logistica prevedono l’uso della ferrovia o solo di mezzi diesel ? Quante persone saranno obbligate ad usare l’automobile per accedere ai centri commerciali, ai posti di lavoro o al campus universitario ? Quanto calore o freddo inutile viene sprecato nelle abitazioni e nei negozi ? Quant’è l’energia, il petrolio richiesto per coltivare i nostri campi, alleviare il nostro bestiame ?

L’elenco potrebbe essere lungo; ma è dalle risposte a queste e altre domande simili che nascerà anche dal lodigiano un contributo ad un mondo diverso, meno energivoro e più sostenibile. Che faccia della sobrietà e del senso del limite le premesse per un mondo di pace.

 

Rete Lilliput, nodo di Lodi