ARTICOLI SULL'ASSEMBLEA NAZIONALE
DELLA RETE DI LILLIPUT 18-19-20
GENNAIO 2002
La Nazione
Rete Lilliput discute di "nonviolenza"
MASSA - La Rete Lilliput, il
network che
unisce più di 700 tra associazioni
ed organizzazioni
impegnate nella cooperazione
internazionale,
nel commercio equo e solidale
e nella tutela
dell'ambiente, ha aperto i lavori
della seconda
assemblea nazionale. Hanno dato
il benvenuto
Giorgio Dal Fiume (Ctm Altromercato)
e Francesco
Gesualdi (fondatore del Centro
nuovo modello
di sviluppo) del Tavole Campagne,
Alberto
Zoratti (Nodo di Genova), Patrizia
Morgante
(Nodo di Roma) e Marzia Marchi
(Nodo di Ferrara).
Sono tre giorni importanti per
la Rete: in
discussione le strategie per
il futuro, l'assetto
organizzativo e il rapporto con
i Social
Forum, alla luce dei fatti di
Genova, della
guerra in Afghanistan e dell'imminente
Forum
sociale mondiale di Porto Alegre.
La Rete
Lilliput è nata più di due anni
fa su iniziativa
di 17 realtà della società civile.
Tra queste"Mani
Tese", il Wwf, le associazioni
pacifiste
"Pax Christi". Oggi
sono più di
700 le organizzazioni aderenti.
In tutta
Italia si contano ormai 69 "nodi"
della Rete e 10 in via di costituzione,
dal
Trentino alla Sicilia: migliaia
le persone
coinvolte. Oggi l'assemblea propone
il seguente
programma: ore 10-13: "Ma
si è girato
il vecchio mondo? Etica, economia,
politica
e globalizzazione dopo l'11 settembre".
Tavola rotonda con Aldo Bonomi,
Lidia Menapace
e Manilo Dinucci. Coordina Maurizio
Meloni.
Ore 15-19:"Strategie e azioni
locali
per cambiamenti globali. Divisione
in gruppi
di lavoro per individuare le
priorità per
il 2002". Dalle ore 21:
festa e fiera
delle virtù.
IL TIRRENO
Impegno contro la violenza dall'assemblea
di Rete Lilliput
LE STRATEGIE Agnoletto auspica
un gioco di
squadra
MASSA. Non violenza, sensibilizzazione
e
impegno personale, unica strategia
di azione
per credere in un futuro diverso
e per costruire
un altro mondo: questo l'impegno
dell'assemblea
nazionale della Rete Lilliput
che si è tenuta
nella sede Apt di Marina di Massa
e alla
quale hanno partecipato circa
500 rappresentanti
dei 69 Nodi locali sparsi in
tutta Italia.
Ieri alla giornata conclusiva
ha partecipato
anche Vittorio Agnoletto, prima
di raggiungere
Genova dove nel pomeriggio si
è svolta la
manifestazione dei Social Forum
per Carlo
Giuliani a sei mesi dalla morte
avvenuta,
appunto, nel capoluogo della
Liguria. Ma
l'assemblea di Marina di Massa
ha ribadito
anche il "no" alla
guerra, il sostegno
a campagne sociali e ambientali
e il monitoraggio
di imprese e delle istituzioni.
Nel documento finale letto da
Sabina Siniscalchi
(Mani Tese) e da Alberto Castagnola
(Tavola
Campagne) si rimarca, fra l'altro,
che i
principi ispiratori, i valori
e gli stili
che stanno alla base dell'identità
di Rete
che l'associazione ha sostenuto
nel corso
"di questo tragico anno,
consentendoci
di continuare ad agire a favore
della giustizia,
della pace e di uno sviluppo
in armonia con
la natura". E' stato inoltre
affermato
che i principi della Rete rappresentano
l'unica
strategia per credere in un futuro
diverso
per costruire un altro mondo.
"Il vostro apporto sulla
nonviolenza
è importante - ha detto Vittorio
Agnoletto
intervenuto a Marina di Massa
per aggiornare
l'assemblea di Rete Lilliput
sull'incontro
dei Social Forum svoltosi in
contemporanea
a Roma. - E' una scelta di fondo
irrinunciabile
che può essere etica o conseguente
a un percorso
di analisi politica". Per
quanto riguarda
i mezzi di comunicazione Agnoletto
ha invitato
l'assemblea a una riflessione.
"Abbiamo
sofferto delle riduzioni da parte
dei media:
questo può essere anche un problema
per chi
coi media ha interloquito. Questo
sistema
ha bisogno di riferimenti, di
facce. Dobbiamo
dargliele se non vogliamo che
i media se
li scelgano da soli. Su questo
è necessario
giocare di squadra".
Agnoletto si è detto poi preoccupato
per
la manifestazione di Genova per
ricordare
Carlo Giuliani. "Non ho
capito - ha
osservato - perché il questore
di Genova
abbia fatto una conferenza stampa
dicendo
che sarebbero tornati i black
bloc. Sono
inoltre preoccupato perché le
strutture che
governano questo Stato non hanno
rinunciato
ai sistemi repressivi".
"No alla guerra al terrorismo"
Il messaggio di Zanotelli apre
l'assemblea
di Rete Lilliput
Il raduno nazionale richiama
a Marina centinaia
di pacifisti
MARINA DI MASSA. "Lilliput
deve ribadire
la sua scelta nonviolenta e poi
dimostrare
il proprio dissenso alla "guerra
al
terrorismo". Chi non è d'accordo
se
ne può anche andare". Nel
saluto che
Alex Zanotelli ha inviato ai
partecipanti
alla seconda assemblea nazionale
della Rete
di Lilliput che si è aperta ieri
pomeriggio
nel salone dell'Apt di Marina
ci sono tutto
lo spirito e la forza del missionario
comboniano
che da dieci anni vive a Korogocho,
baraccopoli
di Nairobi in Kenya, in quelli
che lui stesso
ha definito "i sotterranei
della storia".
All'assemblea della Rete Lilliput
- il network
che riunisce più di 700 tra associazioni
e organizzazioni impegnate nella
cooperazione
internazionale, nel commercio
equo e solidale
e nella tutela dell'ambiente
- i lavori dureranno
fino a domenica, alla presenza
di oltre 400
iscritti e altrettanti delegati.
Ieri hanno
dato il benvenuto Giorgio Dal
Fiume (Ctm
Altromercato) e Francesco Gesualdi
(fondatore
del Centro nuovo modello di sviluppo)
del
Tavole Campagne, Alberto Zoratti
(Nodo di
Genova), Patrizia Morgante (Nodo
di Roma),
e Marzia Marchi (Nodo Ferrara).
Per l'apertura dell'assemblea
Padre Zanotelli
ha inviato un messaggio preciso:
"Penso
- ha detto - che ora Lilliput
deve affrontare
due nodi fondamentali: la nonviolenza
attiva
come scelta fondamentale di impegno,
la guerra
contro il terrorismo e cosa fare.
La scelta
nonviolenta è alla base di tutto.
Ricordatevi
che era stato un nodo importante
nel primo
convegno di Marina di Massa.
Se qualcuno
o gruppi non accettano questa
discriminante
se ne possono andare in pace.
Altrimenti
chiederò io di uscire da Lilliput
- continua
Zanotelli, che di Lilliput è
uno dei fondatori
- mi sembra talmente chiara questa
scelta
soprattutto dopo i fatti di Genova.
Davanti
allopinione pubblica italiana
deve apparire
chiaro dove Lilliput sta".
Riguardo all'argomento "guerra
al terrorismo",
in particolare quella in Afghanistan,
Zanotelli
ha detto: "Per me è chiaro
che partendo
da quanto accaduto l'11 settembre,
l'apparato
militare americano (Pentagono
e industria
militare) ha deciso di rilanciarsi
(stava
perdendo terreno dopo il crollo
del Muro
di Berlino) rilanciando così
l'economia americana
che era sull'orlo della depressione.
E così
appare chiaro a tutti che il
militare non
è qualcosa di accidentale al
sistema economico
ma ne è il cuore. La dimostrazione
sta nelle
cifre. So da fonti sicure del
Senato americano
che il bilancio militare Usa
passa ora da
circa 350 miliardi di dollari
a 500 miliardi
di dollari. Ogni bombardamento
in Afghanistan
costa 17 milioni di dollari.
Se si calcola
che in questi mesi ci sono stati
in media
8-10 bombardamenti al giorno,
dobbiamo dire
che i bombardamenti in Afghanistan
costano
170 milioni di dollari al giorno.
Siamo alla
follia collettiva. La ragione
è semplice:
con 13 miliardi di dollari potremmo
risolvere
il problema della fame e della
sanità nel
mondo per un anno".
Infine una proposta per affermare
il dissenso
nonviolento al governo italiano:
uno sciopero
telematico. "Milioni di
cittadini chiedano
l'accesso elettronico a Palazzo
Chigi e alla
Farnesina. È già stato fatto
con grande successo
in appoggio al Chiapas, isolando
così elettronicamente
il ministero e la Banca centrale
del Messico
per alcuni giorni".
Oggi e domani il dibattito della
Rete proseguirà
sui vari argomenti in agenda:
le strategie
per il futuro, l'assetto organizzativo
e
il rapporto con i Social Forum.
Sos per le donne afghane
"I talebani sono finiti
ma loro sono
ancora emarginate"
Un'esponente di Rawa all'assemblea
nazionale
della Rete Lilliput
MASSA. "L'italia è uno dei
Paesi che
non si è mai dimenticato di noi".
Ringrazia
Sahar Saba, 28 anni, da 21 rifugiata
afghana
in Pakistan, oggi membro del
comitato affari
esteri di Rawa, associazione
rivoluzionaria
delle donne afghane. Il secondo
giorno di
lavori dell'assemblea nazionale
della Rete
Lilliput si apre con la sua testimonianza:
"Molti credono che dopo
l'11 settembre
e i bombardamenti in Afghanistan
tutto sia
cambiato? Non è vero, i talebani
non ci sono
più ma la situazione è ancora
difficile.
La ricostruzione e la riabilitazione
del
Paese non saranno possibili senza
l'aiuto
della comunità internazionale".
"Ma la ricostruzione deve
essere soprattutto
politica - avverte Sahar Saba
- e sarà indispensabile
il totale apporto delle donne
afghane. Oggi
invece i ruoli chiave sono tutti
ricoperti
da esponenti dell'Alleanza del
Nord. Bisogna
vigilare, perchè i fondamentalismi
sono ancora
presenti. Le donne hanno ancora
paura, non
bisogna pensare solo al burqa".
Difficile, secondo l'esponente
di Rawa, avere
una piena fiducia nei governi
occidentali:
"La gente - dice - in Afghanistan
sa
che l'Occidente sta intervenendo
per i propri
interessi, e solo ora, che il
problema del
fondamentalismo li riguarda da
vicino. Me
ne vado da qui ringraziandovi
- ha concluso
Sahar - sappiamo del vostro sostegno,
e contiamo
sul vostro aiuto. Spero in un
futuro radioso
per tutti, donne comprese".
Ma che cos'è Rawa? Rawa (Revolutionary
association
of women of Afghanistan) è una
associazione
di donne politicamente attiva
dal 1977. Fondata
da un gruppo di intellettuali
a Kabul nel
1977, ha operato per ottenere
pari diritti
per le donne e per ristabilire
un governo
democratico in Afghanistan. La
loro leader
Meena fu uccisa nel 1987 a Quetta,
in Pakistan.
Rawa porta all'attenzione mondiale
la situazione
della popolazione afghana, denunciando
i
soprusi commessi per più di vent'anni
sulla
popolazione civile. Le donne
di Rawa lavorano
anche a livello di assistenza
umanitaria,
promuovono e gestiscono orfanotrofi,
scuole
di alfabetizzazione per le donne
e i bambini,
fanno accoglienza ai profughi
e assistenza
sanitaria.
Per maggiori informazioni basta
consultare
il sito www.rawa.org. Sahar Saba,
28 anni,
è nata in Afghanistan, ma dall'età
di 7 anni
vive come profuga in Pakistan.
Lavora per
Rawa da 12 anni.
IL MANIFESTO
Lilliput cerca il nuovo mondo
A Marina di Massa l'assemblea
nazionale della
Rete: ma non chiamateci moderati,
siamo radicali
non violenti
ANGELO MASTRANDREA - INVIATO
A MASSA
A molti di loro va stretta la
semplificazione
giornalistica che li definisce
come l'ala
moderata e cattolica del "movimento
dei movimenti". Vuoi per
la radicalità
dei contenuti e delle campagne
che riescono
a esprimere, vuoi per l'ostinazione
con cui
perseguono la "non violenza
attiva",
sul modello gandhiano, come scelta
fondamentale
di impegno. Più esattamente sarebbe
definirli
"lillipuziani", in
ossequio al
nome che si sono scelti meno
di due anni
fa (Rete Lilliput, appunto) e
all'intento
originario di connettere piccole
realtà locali
(associazioni laiche e cattoliche,
botteghe
del commercio equo e solidale,
campagne tematiche,
ecc.) per immobilizzare il Gulliver
del capitalismo
globale tessendogli attorno,
appunto, una
rete fatta di piccoli fili. Da
ieri pomeriggio
fino a domani, un enorme striscione
raffigurante
un lillipuziano intento a costruire
un muro
a forma di mondo accoglie i 400
e passa iscritti
alla seconda assemblea nazionale
della rete,
a Marina di Massa. In alto, lo
slogan della
riunione riecheggia il prossimo
Forum sociale
mondiale che si svolgerà a Porto
Alegre dal
31 gennaio al 5 febbraio. Di
là "Un
altro mondo è in costruzione",
qui,
più realisticamente, "Costruire
un mondo
diverso". Ma, più che di
Porto Alegre,
al quale quest'anno saranno presenti
ben
più dei due "nodi"
locali presenti
lo scorso anno (su 69 in totale),
nell'assemblea
introduttiva di ieri pomeriggio
(aperta da
una lettera di Alex Zanotelli
dalle "catacombe
umane" di Korogocho, in
Kenia, dove
il missionario cammina "con
i poveri
della storia che pagano così
pesantemente
le follie di questo sistema"),
si è
discusso soprattutto di G8.
Più dell'11 settembre e della
guerra, infatti,
le giornate di Genova hanno rappresentato
un vero e proprio spartiacque
per la rete,
i cui attivisti sono rimasti
travolti dalle
cariche della polizia in piazza
Manin, e
insieme a loro è stata spiazzata
dalla violenza
la pratica dell'"azione
diretta non
violenta", con la quale
pure i lillipuziani
erano riusciti a bloccare un
varco d'accesso
alla zona rossa. Tanto più che,
come ricorda
Franco Gesualdi del Centro nuovo
modello
di sviluppo, "nella prima
assemblea
della Rete Lilliput, a ottobre
del 2000,
avevamo considerato l'appuntamento
di Genova
come uno degli eventi qualificanti".
Che però ha dimostrato anche
"la nostra
scarsa capacità organizzativa".
Dunque,
questa tre giorni dovrebbe servire
anche
a trovare un modello di organizzazione
efficace
e allo stesso tempo informale
e non burocratico.
"Lilliput ha avuto una grande
capacità
di portare valore aggiunto alla
contestazione
al G8, di qualità e quantità",
dice
Giorgio Dal Fiume, del consorzio
Ctm-Altromercato,
"minore è stata invece la
capacità di
incidere sulle modalità con cui
il Genoa
social forum ha comunicato la
non violenza".
Il riferimento, neppure troppo
velato, è
alla strategia della "disobbedienza
civile" e alla "dichiarazione
di
guerra al G8" delle Tute
bianche. "Il
G8 ha dimostrato che un certo
tipo di mobilitazione
è fallimentare, a causa dell'atteggiamento
repressivo della polizia",
insiste Alberto
Zoratti, che oggi interverrà
a nome della
Rete all'assemblea nazionale
dei Social forum
a Roma. Per cui la pratica della
non violenza
ha bisogno di un rilancio, anche
d'immagine.
Un altro tema caldo è il rapporto
con il
resto del movimento, che, appunto
da Genova
in poi, ha vissuto fasi alterne.
Ad esempio,
alla partecipazione di massa
alla marcia
della pace Perugia-Assisi non
è seguito un
analogo impegno per la manifestazione
contro
la guerra del 10 novembre a Roma.
"Avevamo
deciso di non essere presenti
per valorizzare
le iniziative locali, che sono
il nostro
specifico. Ma l'esito è stato
che solo pochi
nodi si sono attivati sui temi
della mobilitazione,
che riguardava il Wto in corso
di svolgimento
a Doha. E contemporaneamente
la manifestazione
di Roma diventava un corteo contro
la guerra",
dice ancora Dal Fiume. Ma questo
non vuol
dire che la Rete non debba proseguire
il
rapporto con il "movimento
dei movimenti".
Anzi, per Zoratti la parola d'ordine
deve
essere quella della "contaminazione",
perché la stessa Rete Lilliput
nasce in questo
modo. E così, pieno sostegno
alla manifestazione
di oggi contro la legge Bossi-Fini
sull'immigrazione,
mentre Patrizia Morgante del
"nodo"
di Roma preannuncia la volontà
di aderire
al Roma social forum. Inoltre,
la concomitanza
dell'assemblea con il corteo
romano ha fatto
sì che gran parte delle organizzazioni
lillipuziane
mandassero qui solo una scarna
delegazione,
per consentire la partecipazione
alla manifestazione
degli immigrati.
Altro argomento "caldo"
di discussione,
il rapporto tra globale e locale.
O, per
meglio dire, l'opposizione alle
politiche
del governo Berlusconi, in materia
ambientale
come, appunto, di immigrazione.
Sì, perché
se il Dna di Lilliput è fatto
di piccole
battaglie locali che si agganciano
ai grandi
temi della lotta alla mondializzazione,
è
pur vero che "il contesto
politico-sociale
è profondamente cambiato".
Per cui,
quando il governo mette in discussione
finanche
i diritti di cittadinanza, c'è
bisogno di
un "ruolo forte, con una
forte componente
di interlocuzione a livello politico",
sostiene Zoratti. Secondo il
quale per far
questo "c'è bisogno di un
nuovo patto
fondativo della rete". Che
si faccia
carico dell'opposizione alle
politiche nazionali
del centrodestra, cercando "convergenze"
con chi si occupa delle stesse
tematiche.
"L'economia della sobrietà"
ANGELO MASTRANDREA - INVIATO
A MASSA
Una cosa è certa: per gli attivisti
della
Rete Lilliput non c'è alternativa
alla pratica
della non violenza. E' l'unica
pregiudiziale
vera che la rete pone ai propri
attivisti.
Lo ha ribadito padre Alex Zanotelli
nel messaggio
che ha inaugurato la seconda
assemblea nazionale,
e un po' tutti i presenti sono
d'accordo.
Per il resto, solo oggi si conosceranno
le
priorità della rete per il 2002,
che dovrebbero
riguardare la non violenza innanzitutto,
ma anche l'ambiente, il commercio
e la finanza,
con una particolare attenzione
ai comportamenti
delle imprese. Di questo e altro
discutiamo
con Franco Gesualdi, uno degli
allievi prediletti
di don Lorenzo Milani nella scuola
di Barbiana,
direttore del Centro nuovo modello
di sviluppo
e uno dei personaggi più noti
della Rete
Lilliput.
Secondo Gesualdi, per colpire
al cuore l'attuale
sistema iperliberista bisogna
smontare il
meccanismo della crescita e dei
profitti,
instaurando quella che definisce
"economia
di sobrietà". "A questa
globalizzazione
dobbiamo contrapporre altri valori
e diritti
inalienabili. Ad esempio, che
le clausole
ambientali non si costruiscono
sulla base
di quelle commerciali, semmai
il contrario".Gesualdi,
come nasce il suo centro?
Nasce dal fatto che alcune persone
e famiglie
che venivano da un impegno internazionalista
e che avevano vissuto in paesi
del Terzo
mondo si sono rese conto di vivere
nella
parte peggiore del mondo, quella
ricca che
affama la più povera. Per questo
abbiamo
deciso di abbandonare le nostre
case e di
andare a vivere in un unico caseggiato,
a
Vecchiano, provincia di Pisa:
una via di
mezzo tra un condominio e una
comunità. Con
due obiettivi: dare solidarietà
a chi è vittima
di questo sistema e tentare di
cambiare l'assetto
sociale che crea oppressi. Siamo
nati per
questo motivo, per capire i meccanismi
del
sistema e spiegarli alla gente.
Facciamo
ricerca su come utilizzare consumo
e risparmio,
studiamo le imprese, perché ognuno
di noi
quotidianamente entra in conflitto
con esse
quando ad esempio va a fare la
spesa.
Che secondo voi sono il cuore
del sistema
Diamo molto peso a un progetto
di economia
globale alternativo. Ma rischiamo
di perdere
perché i danni vanno più veloci
dei tentativi
di rendere la gente consapevole.
Dobbiamo
utilizzare tutti gli strumenti,
da quelli
classici, come il diritto di
voto e l'iscrizione
al sindacato, a quelli nuovi,
come il risparmio
e il consumo critico.
Ma non siete gli unici a pensare
a un'alternativa
possibile, come ha dimostrato
la mobilitazione
contro il G8. Come vi ponete
nei confronti
del resto del movimento?
Credo che Genova sia stata un
grande momento
di aggregazione, che va valorizzata.
Solo
così avremo la possibilità di
agire contro
un potere forte che si è impadronito
anche
dei mezzi di comunicazione. Ma
nelle alleanze
c'è bisogno della volontà di
entrambi. Su
alcune cose non possiamo transigere,
ad esempio
sulla non violenza. Perciò dobbiamo
imporre
delle regole di fondo, e sulle
altre accettare
le diversità. Dobbiamo fare di
tutto per
progredire insieme, perché la
divisione favorisce
il potere. Un altro rischio è
quello di essere
funzionali al potere e alla macchina
mediatica.
Che si è dimostrata molto sensibile
all'estetica
dello scontro, reale o simulato
che sia.
E meno a quelle che voi definite
"azioni
dirette non violente".
Le campagne che facciamo trovano
spesso spazio
sulla stampa. Sono importanti
anche i grandi
momenti di apparizione pubblica,
perché è
importante che il potere sappia
che c'è gente
che non è d'accordo. Il nostro
avvenire si
gioca sulla capacità di saper
attrarre la
gente. Questo sistema riesce
ad andare avanti
perché fa pensare che il suo
interesse sia
quello della gente. Ad esempio,
l'operaio
sfruttato si sente spesso dalla
parte del
padrone perché gli ha dato un
relativo benessere
e perché è consapevole di appartenere
alla
parte ricca del mondo. Ebbene,
noi dobbiamo
essere capaci di saper prospettare
un sistema
economico alternativo.
Il Forum sociale mondiale di
Porto Alegre
potrebbe servire a questo?
I paesi ricchi dovrebbero funzionare
con
una quantità di risorse più bassa
di quella
che utilizzano, perché questa
è la causa
dell'impoverimento del sud del
mondo. Se
a Porto Alegre facciamo passare
questo messaggio,
si smonta la macchina economica
fondata sulla
crescita. Se diciamo il contrario,
che le
risorse vanno redistribuite,
mettiamo in
crisi questo sistema. Porto Alegre
dovrebbe
far capire che l'interesse primario
è la
salvaguardia del pianeta, dunque
dei beni
comuni: acqua, foreste, patrimonio
ittico.
E come li salvaguardiamo in un
mondo così
squilibrato? Perciò diventa imperante
la
necessità che i ricchi diminuiscano
l'uso
delle risorse. E' inutile che
andiamo a fare
solidarietà in Chiapas se non
rinunciamo
alle nostre gozzoviglie.
La bussola di Lilliput
Dopo Marina di Massa, prima tappa
a Porto
Alegre
ANGELO MASTRANDREA
Sarà per effetto della brutale repressione
subita a Genova, sarà per l'impatto
sociale
delle politiche del governo Berlusconi,
sarà
per lo stato di "guerra
globale permanente"
seguito agli attentati dell'11
settembre,
ma la Rete Lilliput ha visto
aumentare considerevolmente
i suoi attivisti nel corso di
quest'anno.
Lo dimostra una ricerca presentata
nel corso
della seconda assemblea della
Rete, conclusasi
domenica a Marina di Massa, e
di questo tiene
conto la "dichiarazione
finale".
Il documento (consultabile sul
sito www.retelilliput.org),
partendo dalla consapevolezza
che la Rete
è "una componente fondamentale",
ma non per questo "esclusiva
della società
civile organizzata mondiale",
elenca
obiettivi e priorità per il 2002,
lasciando
la porta aperta a un rapporto
con il resto
del movimento. Ma con un unico
limite invalicabile:
la non violenza, che viene "ribadita
come unica e più efficace modalità
di azione
e di vita".
Sono quattro gli "eventi"
del 2002
che i lillipuziani ritengono
fondamentali:
il secondo Forum sociale mondiale
di Porto
Alegre, dove la Rete organizza
un seminario
sugli indicatori della qualità
della vita;
la Conferenza dell'Onu sulla
Finanza per
lo sviluppo, a Monterey, in Messico,
in marzo);
il vertice Fao in giugno a Roma;
il summit
mondiale dell'Onu sullo sviluppo
sostenibile
"Rio+10" a Johannesburg
a fine
agosto. La Rete "concentrerà
la sua
attenzione" inoltre sull'opposizione
alla guerra e alla promozione
di modelli
di difesa alternativa non violenta,
con una
specifica campagna di obiezione
di coscienza
per le spese militari; rafforzerà
le campagne
sulle banche e le assicurazioni,
"obbligandole
a una maggiore trasparenza e
a interrompere
finanziamenti moralmente illeciti
quali il
commercio di armi e di sostanze
tossiche";
un occhio particolare sarà rivolto
ai comportamenti
delle imprese nazionali e multinazionali,
"per indurle alla trasparenza
e al rispetto
degli standard sociali e ambientali";
inoltre è prevista una "settimana
dell'impronta
ecologica e sociale", in
occasione della
Giornata mondiale dell'ambiente
(5 giugno)
e "la diffusione di una
carta del nuovo
municipio e iniziative di democrazia
partecipativa".
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