La Stampa - Mercoledì 14 Novembre 2001
CONFERENZA DEL WTO, UNA LEZIONE
PER MOLTI
Dai poveri del mondo una pernacchia
ai No
global
Jas Gawronski
SEMISEPPELLITA, sulla stampa
italiana, dalle
minacce all’uranio di Bin Laden
e dagli inviti
a lasciarlo fare in pace che
arrivano dagli
astuti nonviolenti nostrani,
la conferenza
mondiale del commercio è l’altro
scontro-bagarre
fra interessi economici, principi
politici,
nazionalismi che decide davvero
il nostro
futuro. Per usare i termini del
negoziatore
americano Zoellick, qui si manovrano
«bombe
nucleari per economie e società»
come le
agevolazioni fiscali alle esportazioni
o
i dazi doganali, ma anche ambiente,
salute
degli uomini come consumatori
e come lavoratori.
Questa quarta conferenza ministeriale
dell’Organizzazione
mondiale per il commercio (Wto)
di Doha è
quindi importante per quel che
riesce a stabilire
o a non stabilire. Prima di ogni
altra considerazione
quello che arriva dal Qatar è
un messaggio
a tanta politica, cultura, informazione
della
sinistra europea: non siete più
su questo
pianeta reale, propagandate altri
mondi che
non esistono. Ricordate la vulgata
dei «Social
Forum» rimbombante a sinistra,
diceva: no
alla globalizzazione, al liberismo
sfrenato,
perché mette i paesi poveri nelle
mani di
quelli capitalisti senza scrupoli
che rifilano
al mondo organismi geneticamente
modificati
e condizioni di lavoro inumane,
distruzione
dell’ambiente pur di far fare
soldi a chi
già li ha. Bene, basta leggere
le richieste
dei paesi poveri espresse a Doha
e si scopre
che vogliono più globalizzazione,
meno limiti
al commercio, mai e poi mai controlli
sulle
condizioni di lavoro o sull'ambiente
o limiti
alle modificazioni genetiche
dei prodotti.
Anzi accusano Europa, Usa e Giappone
(nel
mirino soprattutto il commissario
dell’Ue,
Pascal Lamy) di voler mettere
regole su questi
temi per impedire lo sviluppo
dei paesi poveri.
Dato che così i vari Brasile,
Messico, India,
adesso Cina, e anche l’esplosivo
Islam non
potrebbero avere mano libera
per ridurre
in tutti i modi i costi delle
loro merci.
Come hanno fatto finora, crescendo,
grazie
alla globalizzazione, a ritmi
molto più elevati
dei paesi ricchi. E allora che
fare? Si domanda
ai «No global»: per difendere
i paesi poveri
dovremo cambiare la loro testa?
(anche Stalin
non basterebbe ma oggi si può
essere più
globali). Sostituire le loro
classi dirigenti
con Casarini e Bertinotti? Temo
li si condannerebbe
a una egualitaria miseria eterna
con equa
morte per fame. Che da sinistra
e tanto più
dai «movimenti di massa» non
arrivi più uno
straccio di soluzione proponibile
per affrontare
i problemi del mondo del terzo
millennio
lo si sperimenta da tempo. Su
tutto, dai
conflitti economici a quelli
bellici. Qualcuno
ha sentito, da «No global» e
Ulivisti pacifisti
a oltranza, una proposta alternativa
alla
guerra per sconfiggere i terroristi?
Prenderli,
dicono. Già, ma come? (E qui
le soluzioni
della «sinistra antagonista»
sono due, di
pari gradimento: o Bin Laden
e i suoi muoiono
dal ridere per le raffiche di
slogan pacifisti
oppure si lascia «pacificamente»
morire l’Occidente).
Una risposta a caldo all'articolo
del giornalista
de "La Stampa" di Patrizia
Morgante
Egregio signor Jas,
dal suo articolo mi sono sentita
chiamata
in causa come critica della wto
e come pacifista
convinta (mi sembra che questa
ultima scelta
sia diventata oggetto di scherno
da parte
di molti/e a prescindere la collocazione
partitica, mi sento quasi una
diversa: il
problema siamo sicuri sia solo
mio?). Volevo
rimandarle qualche breve osservazione.
-
il fatto che i PVS non desiderino
clausole
ambientali e sindacali non è
solo per mancanza
di eticità (il movimento "noglobal"
non ha mai detto che al sud i
governi sono
tutti buoni e integerrimi e qui
siamo tutti
cattivi perché ricchi. Le ricordo
anzi la
critica forte da parte nostra
ai governi
del sud spesso non democratici
proprio sulla
questione debito estero, dove
non hanno fatto
e continuano spesso a non fare
gli interessi
delle persone di ogni ordine
e grado, insomma
il popolo che adesso non si usa
più!) ma
anche perché sarebbe un ulteriore
difficoltà
per loro di piazzare i loro prodotti
sui
nostri mercati, come a noi invece
avviene
senza troppi protezionismi (loro
i protezionismi
non li possono mettere perché
non hanno potere
di contrattazione con i paesi
ricchi, anzi
con il quadrilatero Europa, Giappone,
Usa
e Canada). Per rispettare le
clausole ambientali
ci vogliono tecnologie e know
how non sempre
disponibile in questi paesi e
comunque sarebbero
svantaggiati rispetto a noi dove
facciamo
finta di considerare l'impatto
ambientale
dei nostri prodotti con certificazioni
poco
chiare (o meglio chi controlla
i controllori?).
Per le clausole sociali vorrei
ricordarle
che siamo noi a subappaltare
la produzione
dove proprio costa meno e quindi
in questo
i paesi poveri sono in ferocia
lotta tra
di loro (quale migliore garanzia
per il profitto
della lotta tra poveri?) per
garantire un
prezzo più basso. Se l'India
accettasse le
clausole sociali la multinazionale
non si
farebbe scrupoli a dire scusami
è stato bello
ma vado in Indonesia. Questo
è il libero
commercio della Wto. - lei conosce
il famigerato
movimento noglobal, o si accontenta
di subirne
gli effluvi dei mass media che
continuano
a dipingerlo come un monolite
senza prendersi
l'attenzione di declinarne le
componenti?
Sono sicura che la risposta è
sì e allora
perché dice che non ci sono state
richieste
chiare e opportune? Ha letto
qualche documento
signor Jas della rete lilliput
o di medici
senza frontiera o ancora il documento
sull'eccezione
per i farmaci dei 52 paesi del
sud del mondo?
Bene a me sono sembrati chiari,
non ideologici,
non utopistici e soprattutto
poco liberisti,
soprattutto l'ultimo. - ultima
considerazione,
la guerra: trovo sintomo di disinformazione
e ignoranza le considerazioni
che i pacifisti
non hanno proposte per la soluzione
del terrorismo:
diciamo che una logica di governo
del mondo
nonviolenta forse non ci avrebbe
portati
dove siamo ora, la nonviolenza
è uno stile
di vita che non riguarda solo
la violenza
dei fucili signor Jas, ma anche
quella delle
politiche economiche e sociali,
si può far
del male in tanti modi diversi.
E non mi
dica signor Jas che la povertà
non c'entra
con il terrorismo, perché le
dico che gli
stati uniti e altri paesi fanno
una politica
estera fondata su presupposti
violenti. E
non mi dica di nuovo come fanno
tutti che
così sono filoterrorista e antiamericana
(liberiamoci da queste facili
categorizzazioni
che non rendono giustizia alla
mia e alla
sua intelligenza!). Sono anni
che ci parlano
di guerra giusta e umanitaria..
Io continuo
a credere che i bombardamenti
non siano una
soluzione, che la lotta armata
non sia una
soluzione, ma che dovremmo allenarci
tutti/e
all'esercizio di una forza politica,
di dialogo,
di interposizione, di politizia
internazionale
non armata, che renda deserto
il terreno
fertile nel quale il terrorismo
pullula.
Concludo signor Jas, mi scuso
per la lunghezza,
non sono neanche certa che leggerà
questo
messaggio, col chiederle di immaginare
cosa
sarebbe successo se gli Stati
Uniti e i suoi
alleati avessero scelto di non
bombardare
ma avrebbero dichiarato di non
voler usare
le stesse armi dei terroristi,
che per costruire
la pace bisogna usare mezzi adeguati
e che
avrebbero fatto guistizia ratificando
il
tribunale penale internazionale
per processare
i responsabili. Provi a pensarci
magari rimane
della stessa opinione io credo
che avrebbe
avuto lo stesso del consenso
internazionale
ma avrebbe permesso a questa
umanità di fare
un passo vero verso la PACE.
Con stima
Patrizia Morgante (Roma)
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