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Le impronte sostenibili, anzi necessarie
Parla Mathis Wackernagel, ideatore dell'«impronta
ecologica»: troppi consumi portano
alla bancarotta
del pianeta
TIZIANA BARRUCCI
ROMA
«Se una persona non conoscesse
quanto ha
in banca finirebbe per spendere
più del denaro
che possiede e quindi farebbe
bancarotta.
L'impronta ecologica è equiparabile
ad un
conto corrente della natura:
se le nazioni
non si rendono conto dell'esistenza
di tale
conto, continueranno a spendere
un capitale
naturale maggiore di quello in
loro possesso».
E' una spiegazione più che semplice
per un
concetto complesso quella che
dà il direttore
del Sustainability Program di Redefining Progress di San Francisco, Mathis Wackernagel, ideatore
del termine «impronta ecologica».
E' stato
Wackernagel, assieme a William
E. Rees, a
creare nel 1990 tale metodo.
Ieri, giornata
mondiale dell'ambiente, Wackernagel
è arrivato
in Italia, ospite del Wwf per
la settimana
dell'impronta ecologica organizzata
con la
Rete Lilliput. L'impronta ecologica
rappresenta
la superficie necessaria per
produrre, utilizzare
e smaltire un bene, misura la
quantità di
natura - espressa in ettari procapite
all'anno
- che usiamo permettendo di analizzare
il
nostro impatto sull'ecosistema.
«Un metodo
per farci di capire quale sviluppo
merita
di essere definito sostenibile
- spiega Wackernagel,
per il quale ad oggi avremmo
già bisogno
di due pianeti per vivere.
Cosa dovremmo fare per rendere la nostra
impronta ecologica più piccola?
Cambiare i nostri stili di vita.
Sappiamo
che la media delle impronte ecologiche
mondiali
è di 2,3 ettari procapite, mentre
la disponibilità
di biocapacità è di 1,8 ettari:
questo significa
che esiste un deficit ecologico
procapite
di 0,4 ettari. In altri termini
ci vorrebbero
15 mesi per rigenerare le risorse
naturali
che consumiamo in un anno. Sono
dati che
rendono evidente la gravità della
situazione:
un cittadino italiano occupa
una superficie
di pianeta pari a 8 campi di
calcio, un americano
arriva a invadere 18 campi di
calcio, al
contrario di un eritreo, che
occupa la metà
di un campo di calcio.
I paesi più poveri potrebbero chiedere di
aumentare la loro impronta...
E' proprio questo il punto. Dobbiamo
creare
un meccanismo che assicuri a
tutti una vita
senza povertà, cosa che oggi
non accade.
Se in Europa occidentale registriamo
un'impronta
di 6,28 ettari procapite, l'Africa
risulta
essere il continente con la minore
impronta,
pari a 1,33. Il nostro consumo,
quindi, avviene
a discapito dei paesi in via
di sviluppo.
Una realtà che ci impone di cambiare
le abitudini,
anche le più banali e consolidate
per permettere
una redistribuzione, l'unica
via per un'esistenza
dignitosa di tutti.
Qual è la strada da seguire?
Continuiamo di giorno in giorno
a usare in
maniera indiscriminata le risorse
in nostro
possesso. Ma il deficit ecologico
che ci
troviamo di fronte alla lunga
creerà costi
pesanti. Per ora le conseguenze
più evidenti
sono, ad esempio, la deforestazione,
i rifugiati
ambientali, la carenza d'acqua
in alcune
zone, ma presto queste conseguenza
diventeranno
ingestibili. Oggi facciamo finta
di ignorare
l'esistenza di un budget naturale
limitato
ma non potrà essere sempre così.
Come è nata l'idea di elaborare il metodo
dell'impronta ecologica?
Non è un'idea nata per caso.
Credo che non
sia possibile capire quale sia
il cammino
verso uno sviluppo sostenibile
senza una
metodologia di analisi scientifica
e calcolabile.
L'impronta è proprio questo:
l'unico modo
per rendere più che razionale
e osservabile
un fenomeno che potrebbe restare
su un piano
puramente teorico.
Cosa è cambiato da quando l'«impronta ecologica»
ha preso forma?
Mi sta domandando se credo di
aver sprecato
gli ultimi dieci anni della mia
vita? Io
non penso. Il fatto che siamo
stati chiamati
a discutere di questo a Johannesburg
ne è
un esempio. Ovviamente la strada
per un utilizzo
corretto delle risorse a livello
internazionale
è piena di ostacoli. Potremmo
disegnare una
catena a ritroso: per arrivare
all'obiettivo
dovremmo avere un popolazione
minore, tecnologie
sviluppate e una distribuzione
onesta dei
beni, per ottenere questi tre
risultati c'è
la necessità di chiari piani
d'azione e soprattutto
di una volontà e ancora prima
del riconoscimento
del problema. I primi passi li
abbiamo compiuti,
gli altri speriamo di farli al
più presto.
Quando?
Non sono capace di fare previsioni.
So che
il protocollo di Kyoto, per esempio,
è un
buon inizio e che l'Europa ha
la possibilità
di fare le dovute pressione sugli
Usa. So
anche che le comunità locali
hanno un compito
importante: quello di premere
sui governi
per ottenere una vita più vivibile.
da Il Manifesto del 05-06-02
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