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Manifestazione 6 aprile 2002 per la pace nei Territori

La manifestazione pacifica per la pace nei Territori nascesotto i
migliori auspici: indetta dai tre sindacati CGIL,CISL e UIL, con
l'appoggio di tutta la sinistra e il centroprogressista unendo la
Margherita a RifondazioneComunista. Soprattutto con il coinvolgimento
dei social forume delle comunità palestinesi italiane e, anche se
menonumerose, ebraiche.

All'arrivo in piazza della Repubblica il manifestante deveavere un
bello shock a trovare una serie di striscioni benlontanti sia dal
politically correct che dal buonsensopolitico: "Sharon boia", "No al
terrorismo dello statoisraeliano" sono frasi decisamente fuori dalle
aspettativedegli stessi che, solo poche ore prima, avevano trovato
unaccordo su una piattaforma comune.

DS, Sinistra Giovanile e le tre confederazioni sindacalihanno perciò
preferito disertare l'appuntamento in piazza pertornarsene a casa a
lavorare "per un nuovo appuntamento cheaiuti davvero il processo di
pace invece di aggiungere odioall'odio".

Le sfumature però ci sono: mentre le bandiere della SGvengono
ammainate quelle dei Verdi e dei Comunisti Italianistanno ancora
imboccando Via Principe Emanuele Orlando, indirezione Piazza
Barberini. Raggiungiamo Loredana DePetris,esponente romana del
movimento ecologista. C'è un forte disagio per ilmutamento dei temi
della piattaforma. I Verdi, infatti, sonoin fondo al corteo, quasi
staccati dalla testa, se non neimetri sicuramente nei toni. "Abbiamo
l'intenzione di non abbandonareil corteo, perche' ci appartiene,
masicuramente non lo concluderemo tutti insieme".Stesso concetto
ribadito dall'onorevole Rizzo del PdCI:"Siamo per la pace e per
qualsiasi manifestazione che laaiuti. Crediamo nella piattaforma che
ha indetto questagiornata nazionale di mobilitazione, ma non
possiamoaccettare i toni degli striscioni che abbiamo visto allatesta
del corteo". Entrambi i partiti non arriveranno mai aPiazza del
Popolo sciogliendo la propria partecipazione benprima.

Il corteo è spezzato in 2: nella testa un camion con sopra
unragazzo "travestito" da kamikaze di Hamas, cori controSharon,
Israele e inni all'Intifada. Nel secondospezzone del corteo gli
slogan hanno tutt'altro tono etutt'altro fine. Allo Sharon genocida
del FortePrenestino si contrappone lo striscione dei DisobbedientiAct
against global war, all'urlo Intifada fino allavittoria lo slogan del
Roma Social Forum La pace si facon la pace non con le bombe. Ma è
tutta questa parte delcorteo che vive di un'energia sua propria, dove
riconosciamolo spirito di chi è sceso in piazza in questi mesi con
iSocial Forum dopo Genova, con i girotondi e con i sindacatiper
l'articolo 18.
Vediamo la Titubanda che impazza per le strade con i suoimusicisti,
corpi di ballo improvvisati e l'Accademianazionale di danza, le Donne
in Nero che sfilano con le manialzate, l'Unione degli Studenti con il
suo Occupiamo lescuole, non la Palestina. Insomma una grande festa
apertasignificativamente dallo striscione Ebrei control'occupazione
che una volta giunti a Piazza del Popolo sisono fermati nell'emiciclo
più lontano, simbolicamentefrastornati dagli striscioni
aggressivamente violenti postiai lati del palco.

Hanno poi dichiarato che solo la fiducia nel loro slogan
impedisceloro di cedere al disagio provocato da quelli altrui.Si nota
però la stanchezza di uomini e donne cheportano su di se' un fardello
forse troppo grande.Manca completamente quella rete di pace, che i
ragazzie le ragazze sotto le bandiere arcobaleno incitano a tessere.

Ci chiediamo, noi dell'NbP, anche oggi in piazza che sensoabbia fare
una manifestazione del genere. Ci chiediamo se haragione S. delle
Donne in Nero che ci dice: "oggi abbiamobuttato via dieci anni di
pacifismo.. di quello vero". E la mente va ai volontari che sono
andati in Palestina(o Israele) per mettersi in mezzo, per frapporsi
alla violenza, per vedere davvero cosasuccede. Ci chiediamo, se è
così difficile far parlare insiemele comunità italiane dei
palestinesi e degli israeliani, comesarà possibile riuscirci in medio
oriente dove si spara.

La manifestazione di oggi è stata una sterileripetizione di slogan
già sentiti e una dichiarazione diimpotenza da parte del movimento
sociale, politico esindacale di imbrigliare in qualche modo la rabbia
E loscontento. Eppure anche in mezzo alla violenza dei toni e
all'odio, abbiamo sentito tutta l'energia e la voglia di esiste di
duepopoli devastati dalla guerra. E' da quest'energia che bisogna
ripartire per battere di nuovo un sentiero di pace.

(da www.newbrainframes.org)


«AL 90% SIAMO PRO-PALESTINESI, MA NON CI SONO GLI EBREI TUTTI CATTIVI E
I PALESTINESI TUTTI BUONI» 
«Mai coi violenti» Il no dei cattolici 
Nigrizia, Lilliput, Saveriani: «Non potevamo sfilare con chi si traveste
da kamikaze» Don Vitaliano: io non me ne sarei andato 

ROMA NON c´erano neanche loro ieri a Roma a gridare «Sharon assassino e
boia». A differenza dei sindacati, dei Ds e della Margherita che si sono
dissociati all´ultimo minuto, i cattolici no global non avevano nemmeno
aderito all´iniziativa. Forse avevano capito che qualcosa sarebbe andato
storto, forse è stata la prudenza di fronte alla difficile situazione
che vivono i cristiani in Medio Oriente, sta di fatto che il «movimento»
religioso di base non era presente nella capitale, non ci sta a
equiparare gli israeliani ai nazisti, a schierarsi solo da una parte,
quella di Arafat. I giovani della rete Lilliput, i comboniani di
Nigrizia, i Saveriani e i parroci del dissenso non se la sono sentita di
sfilare con quei giovani palestinesi alla testa del corteo vestiti come
i loro «fratelli kamikaze», «perchè così non si aiuta il dialogo». Non
c´erano don Albanesi e don Gallo, padre Santoro, i pacifisti religiosi
della Perugia-Assisi, i Papa-boys e tutta la galassia di centri e
associazioni di base che con la presenza alla contestazione del G8 di
Genova aveva scandalizzato e preoccupato le gerarchie ecclesiastiche.
Allora avevano marciato con i no global «laici» di Agnoletto e Casarini
e si erano trovati criminalizzati dalle azioni dei «black block». Da
allora la distanza dal Social Forum si è fatta più netta, soprattutto
sul concetto di pacifismo che non può essere a senso unico. «La
non-violenza in qualsiasi caso, in qualunque circostanza - dice
Cristiano Lucchi, uno dei portavoce Lilliput - è una discriminante
enorme. Per noi non è concepibile nè il bombardamento del popolo
palestinese nè farsi esplodere in un ristorante di Tel Aviv». E ancora:
«E´ chiaro che noi al 90% siamo pro-palestinesi, ci sentiamo vicini alle
ragioni di quel popolo, ma è altrettanto chiaro che non ci sono gli
ebrei tutti cattivi e i palestinesi tutti buoni. E´ assurdo ragionare in
questo modo per la semplice ragione che in questo modo si continuerà a
spargere del sangue nei luoghi sacri di Cristo. E´ necessario il dialogo
con i tanti israeliani che vogliono la pace». Il pensiero di tutti i
cattolici, e anche di coloro che sono considerati radicali e di
sinistra, è tutto rivolto a quei frati rinchiusi nel convento della
Natività, alla battaglia che si sta consumando nei luoghi più sacri per
il cristianesimo. E anche per i più ribelli c´è solo una strada da
perseguire, quella del «dialogo». Ma questa parola loro non l´hanno
ascoltata nella manifestazione romana e non si sono sentiti
rappresentati dalla presenza di monsignor Hilarion Capucci, discusso ex
arcivescovo di Gerusalemme, che era lì, sul palco di piazza del Popolo,
insieme all´ambasciatore palestinese Nemer Hammad. Non c´erano le
associazioni cattoliche no global, figuriamoci la comunità romana di
Sant´Egidio che rappresenta una diplomazia parallela del Vaticano, un
punto di riferimento per il confronto tra palestinesi e israeliani.
L´"Onu di Trastevere" era presente con i suoi massimi esponenti alla
fiaccolata per la pace organizzata in Campidoglio. Tutt´altra cosa è
stata considerata la manifestazione di ieri, alla quale invece avrebbe
partecipato don Vitaliano Della Sala. «Ma il mio vescovo - spiega il
"cappellano no global" - mi impedisce di partecipare a qualsiasi
iniziativa pubblica», sottolinea don Vitaliano, il quale dà una
spiegazione diversa dell´assenza della rete Lilliput. E´ convinto che la
censura nei suoi confronti da parte della gerarchia ecclesiastica abbia
funzionato come un deterrente per molti altri religiosi che hanno
portato in piazza migliaia di ragazzi: «Dopo il G8 di Genova, ho notato
l´assenza del movimento dei cattolici a tutte le iniziative di
contestazione, compresa quella sull´articolo 18. Il Vaticano vede nella
nostra partecipazione una minaccia. Io sarei venuto a Roma e sarei
andato anche in Palestina, ma ho le mani legate» Gli slogan violenti di
ieri, il pacifismo a senso unico non avrebbero fermato don Vitaliano:
«L´importante è prendere le distanze dalle posizioni più radicali. A
Genova c´ero e non avevo nulla a che fare con i black bloc. A Roma non
me ne sarei andato, come invece hanno fatto alcuni partiti della
sinistra, solo perchè c´era qualche stupido in piazza». Fa una pausa e
conclude così: «A Gerusalemme Gesù è stato fatto a pezzi non dagli ebrei
ma tutti i contendenti, dai falchi che ci sono da una parte e
dall´altra. Nessuno di noi è antisemita, nessuno di noi sostiene chi
uccide, anche se lo fa per una causa nobile». 





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