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ARTICOLI

Johannesburg, Stati Uniti, 11 settembre.

Di Francesco Martone


Settembre 2002

E' un mondo molto diverso da dieci anni fa, quello che ha fatto da sfondo
al Vertice delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (WSSD ? World
Summit on Sustainable Development) svoltosi a cavallo tra la fine di agosto
ed i primi di settembre a Johannesburg. Il pianeta ed i suoi abitanti
soffrono oggi più che mai le conseguenze dell'aggravamento  della crisi
ambientale globale, dell'aumento del divario tra elite ricche e masse
povere, dell'11 settembre, della guerra ormai diffusa, globale e
permanente. A Rio dieci anni fa, la comunità internazionale cercò  di
consolidare un patto globale per affrontare in maniera nuova e "visionaria"
il tema della tutela dell'ambiente, elaborando nuove matrici per coniugare
tale esigenza con il diritto dei paesi più poveri allo sviluppo. Lo ha
fatto producendo una serie di documenti ed impegni (L'Agenda 21, la
Convenzione sulla Biodiversità, la dichiarazione di Rio, la Convenzione sui
Mutamenti Climatici, la dichiarazione sulle foreste), che hanno costituito
un importante tassello nella costruzione del diritto internazionale
dell'ambiente, e nella storia della diplomazia multilaterale. Erano solo
passati 3 anni dalla caduta del muro di Berlino, abbastanza per cantare la
vittoria del paradigma economico neoliberista, troppo pochi per constatarne
le fallaci promesse, e le evidenti contraddizioni. Il 1992 è anche l'anno
in cui si apre qualche crepa in una delle istituzioni finanziarie che più
di altre svolge un ruolo di primo piano nello sviluppo, la Banca mondiale.
La campagna sulla diga di Narmada in India e la pubblicazione di un
memorandum interno alla Banca che ne evidenziava gravi irregolarità del suo
operato,  offuscarono l'immagine "verde" che la Banca volle crearsi per
presentarsi a Rio de Janeiro. Il colpo più duro lo diede però Larry Summers
allora Chief Economist della Banca e poi consigliere economico
nell'amministrazione Clinton, che - proprio poco prima di Rio - ebbe ad
ammettere che una delle maniere migliori per sbarazzarsi di tecnologie
sporche fosse quella di esportarle in paesi in via di sviluppo dove grazie
al basso indice di crescita economica, l'inquinamento era ancora a livelli
bassi. Mark Malloch Brown, ora segretario generale dell'UNDP era alloRa a
capo dell' impresa di pubbliche relazioni Burston Marsteller, che elaboro'
la strategia di "greenwashing" delle multinazionali federate per
l'occasione nel Business Council for Sustainable Development. Era Rio il
luogo dove con veemenza si rielaborò il conflitto tra Nord e Sud del mondo,
con il ricco Nord che esigeva impegni stringenti per la tutela delle
foreste tropicali, i polmoni verdi del Pianeta, ed il Sud che chiedeva
risorse finanziarie addizionali , e trasferimento di tecnologia e know-how
per crescere sulle stesse coordinate che stanno portando il pianeta al
collasso. Purtroppo molte delle  aspettative di allora sono rimaste
disattese.

A Rio si affermarono due principi nuovi, quello precauzionale, e quello
delle responsabilità comuni ma differenziate, secondo il quale i paesi che
più contribuiscono agli squilibri ambientali dovranno svolgere un ruolo più
incisivo sia nel riorientamento delle loro politiche interne che nel
contribuire con mezzi e fondi affinché quelli meno sviluppati possano
costruire le basi per lo sviluppo sostenibile. Se fino ad allora, e lo
diceva lo stesso denominazione della Conferenza (UNCED, United Nations
Conference on Environment and Development) ambiente e sviluppo erano ancora
visti come principi separati, da allora , anche se in maniera fin troppo
abusata, entra nel lessico quotidiano il termine "sviluppo sostenibile", ad
indicare un approccio olistico che lega appunto lo sviluppo (inteso per i
più come crescita economica), all'ambiente (visto da molti esclusivamente
come miniera di risorse naturali da usare in maniera oculata sul lungo
periodo). Parallelamente alla visione "ufficiale" del concetto di sviluppo
sostenibile, se ne affiancano altre che danno maggior risalto alla
giustizia sociale, alla critica del concetto stesso di sviluppo o alla
finitezza delle risorse naturali. Poi vennero le crisi finanziarie del 1997
e quella recente dell'Argentina, gli scompensi derivanti dallo scandalo
Enron, la crisi tuttora irrisolta del debito estero, a mostrare come il
mantra neoliberista fosse costruito su piedi di argilla. Dieci anni fa però
le ONG e la società civile criticavano il pensiero economico neoliberale
(non ancora unico, c'era ancora da consolidare il controllo sui paesi
dell'ex-Unione Sovietica) per le sue contraddizioni in termini di
inefficacia degli strumenti proposti, non nel suo profondo assunto
ideologico. Dieci anni fa non c'era una guerra in atto per controllare le
risorse strategiche di petrolio, quale quella che ha trovato la massima
espressione  con Enduring Freedom, né l'Africa era ancora sconvolta dalle
mille "nuove guerre" private che accompagnano lo sfruttamento e l'ansia di
controllo delle risorse naturali. L'acqua non era ancora percepita come un
elemento di grave crisi globale, le biotecnologie stavano da poco facendo
capolino sui banchi di sperimentazione.
Johannesburg conferma inoltre come le ragioni di chi partecipa a questi
appuntamenti si  sovrappongono ed a volte si scontrano con le aspettative e
le agende  politiche nazionali dei  governi ospitanti e con le
contraddizioni che accompagnano la vita  politica, economica e sociale di
questi paesi. E' bene tenere a mente questi elementi per cercare di
costruire un' analisi critica del risultato della WSSD, un' analisi che non
può prescindere da considerazioni che, seppur  non intimamente connesse
all'oggetto del contendere,  rappresentano comunque elementi
imprescindibili per tentare comprenderne la portata.



I padroni di casa

Il primo pezzo di questo percorso  riguarda il Sudafrica. Da questa
Conferenza il Sudafrica riporta un successo notevole, che fa dimenticare il
fallimento clamoroso della Conferenza sul Razzismo svoltasi  esattamente un
anno prima a Durban.  Da Johannesburg il Presidente Thabo Mbeki ha
incassato un sostegno forte quanto mai prima alla NEPAD (New African
Partnership for African Development), già timidamente discussa nel Summit
del G8 di Genova  e contestata da una buona parte dei movimenti sociali
sudafricani, che proprio sulla critica alla NEPAD si erano spaccati prima
del vertice. Troppo neoliberista e decisa a tavolino senza la consultazione
popolare per alcuni, nuova via per lo sviluppo panafricano per altri,
quelle ONG e movimenti vicini all'African National Congress. Fatto sta che
con la NEPAD, e di converso con il riconoscimento degli assi fondanti della
politica di sviluppo nazionale, la GEAR, Mbeki si propone come
l'interlocutore privilegiato della comunità internazionale, giacché gli
altri due proponenti, il presidente nigeriano Obasanjo  e quello algerino
Bouteflika non possono contare su una situazione politica interna stabile
da permetter loro una proiezione panafricana delle loro politiche. Il
Sudafrica come trampolino di lancio, "gateway" per lo sviluppo di tutta
l'Africa quindi. Una posta alta, tanto alta da indurre Mbeki a sminuire la
gravità dell'emergenza AIDS che sta decimando la forza lavoro nel vicino
Botswana. Chi investirebbe in un paese dove l'AIDS può rappresentare un
ulteriore costo finanziario da sostenere? A nulla sono valsi gli appelli
del segretario generale del Summit, Nitin Desai , secondo il quale "lo
sviluppo sostenibile può essere ottenuto solo se si affronta e risolve la
pandemia dell'AIDS". La questione  viene chiusa in sordina con l'annuncio
di un programma di partenariato pubblico-privato, con il quale la
multinazionale dei diamanti De Beers si impegna a sostenere programmi di
prevenzione per i suoi lavoratori. Ed in virtù del nuovo corso aperto da
Kofi Annan con il Global Compact, le Nazioni Unite decidono di affidarsi al
settore privato piuttosto che ai governi per ottenere sostegno ai piani di
prevenzione e cura dell'AIDS. Così a Johannesburg viene annunciato che i 2
miliardi di dollari del Fondo Globale contro l'AIDs, la tubercolosi e la
malaria potranno essere usati  per fornire supporto alle iniziative di
quelle imprese private che offriranno trattamenti antiretrovirali ai loro
dipendenti ed impiegati.


Fine del multilateralismo o morte dello sviluppo sostenibile?

Il secondo pezzo riguarda l'altro grande assente a Johannesburg  dopo
l'AIDS, assente ma incombente come uno spettro, ovvero l'eredità dell'11
settembre, l'impatto che questa data ha avuto come spartiacque nella storia
della politica multilaterale. A meglio guardare qualcosa era evidente.
Anzitutto il rischio alto, a Johannesburg , che un mancato accordo, seppur
sul minimo comun denominatore, potesse dare ulteriori pretesti
all'amministrazione Bush per sferrare l'ultimo colpo, forse quello
decisivo, al sistema delle Nazioni Unite.  Dall'11 settembre infatti tutta
l'architettura politica multilaterale scricchiola paurosamente, sotto i
venti di guerra in Iraq e negli attacchi alla Corte Penale internazionale.
Allora per valutare l'esito del Vertice, ci si deve porre anche questa
domanda: "Johannesburg ha marcato la fine definitiva del multilateralismo,
secondo le intenzioni della Casa Bianca?". Forse no, considerando  la
contestazione rumorosa a Colin Powell, fatta non solo da esponenti delle
ONG, ma anche da delegati governativi e i ripetuti appelli alla difesa del
multilateralismo, contenuti anche nella dichiarazione finale. Certo è che
questa "imago sine re", deve da oggi essere riempita di nuovi contenuti,
perché  troppe volte gli interessi particolari, di stati o gruppi di stati,
hanno preso il sopravvento nei negoziati prima e durante il vertice. Eppoi,
come ha giustamente affermato Victor Menotti, dell'International Forum on
Globalization,  l'impatto più devastante conseguente al comportamento dei
governi, è stato quello di trasformare le Nazioni Unite da un foro nel
quale la società civile potesse lottare per qualcosa in positivo, ad uno
dei mille consessi internazionali nei quali opporsi ad una agenda
preconfezionata nel tentativo di minimizzare il danno.

Se l'onda lunga dell'11 settembre è stata in parte arginata, seppur  ad un
caro prezzo, quello dell'accordo sul minimo comun denominatore, ricorrendo
a massicce infusioni di fondi finanziari privati, non può essere negato che
Johannesburg ha marcato anche un netto passo indietro sull'elaborazione
stessa del concetto di sviluppo sostenibile. Piuttosto che essere
opportunità per discutere strumenti adeguati alle nuove sfide ed alle
mutate circostanze, per rafforzare la condizionalità "verde"  nel
commercio, nei flussi finanziari, nei sistemi produttivi, le tematiche
ambientali sono state viste come ostacolo nel negoziato da aggirare o
liquidare con accordi di minima portata politica, o da scambiare nel
patteggiamento reciproco.  In generale chi sperava che Johannesburg non
marcasse un passo all'indietro rispetto a Rio ha constatato che nonostante
tutto sia il principio di precauzione che quello delle responsabilità
comuni ma differenziate, seppur sulla carta, sono rimasti pressoché
integri. Ed anche  il protocollo di Kyoto è passato indenne, anzi
probabilmente rafforzato. Ben magra consolazione considerando che almeno
sul principio precauzionale Johannesburg avrebbe dovuto portare ad un suo
rafforzamento, sia nelle connotazioni operative (da approccio a principio
fondante dell'azione politica) sia a fronte dell'avanzare delle
biotecnologie e degli OGM e dell'agenda dell'Organizzazione  Mondiale del
Commercio, e che oltre al Protocollo di Kyoto serviranno impegni ben più
stringenti per favorire un progressivo allontanamento dalle fonti
energetiche fossili.

Non poteva essere altrimenti. L'approccio "culturale" di Johannesburg,
imposto dal padrone di casa, Thabo Mbeki, e da tutti i paesi accettato fin
dall'inizio, è stato infatti  caratterizzato dalla scissione del tema
negoziale, lo sviluppo sostenibile appunto, in tre categorie distinte:
commercio, aiuti finanziari, ambiente. Su questo i cosiddetti G77 possono
ritenersi soddisfatti, registrando un punto a loro favore rispetto a Rio.
Da subito si era compreso che Johannesburg non sarebbe stata una conferenza
sull'ambiente, troppe erano le insistenze a trasformare questo appuntamento
in una verifica di impegni già presi, ed in una occasione per discutere
della loro implementazione. Del resto di occasioni per parlare di programmi
politici ce ne erano stati già abbastanza, da Monterrey a Roma, in una
agenda multilaterale estremamente sovraccarica se si considera anche il
negoziato di Doha. Pertanto, nelle teste dei mediatori dei governi, le
questioni ambientali erano di gran lunga di importanza secondaria, ci si
doveva concentrare sullo sviluppo, e pertanto sulla liberalizzazione degli
scambi commerciali, e - nelle intenzioni dei paesi in via di sviluppo -
recuperare su quei punti rimasti irrisolti nelle conferenze precedenti,
primo fra tutti l'accesso ai mercati ed i sussidi.



Doha + 7 mesi?

"Trade not Aid" questo in parte il ragionamento dietro il negoziato sui
temi più caldi, quelli appunto della lotta alla povertà e del commercio.
Non a caso, il documento finale, il Piano d'Azione, contiene ben 200
riferimenti all'Organizzazione Mondiale del Commercio. Già, è ormai Doha
l'asse mediano lungo il quale si è svolta l'intensa attività negoziale
nell'ultimo anno. Per gli Stati Uniti parlare di OMC e di Doha, significa
ribadire che la liberalizzazione degli scambi commerciali, e - per converso
- la crociata contro la povertà,  è parte integrante della lotta al
terrorismo internazionale. Lo avevano detto chiaramente all'indomani
dell'attacco alle Torri Gemelle, il Presidente della Banca mondiale James
Wolfensohn, il direttore generale dell'OMC Mike Moore, e quello del Fondo
Monetario Internazionale, Horst Koehler.

Per gli Europei, rafforzare l'equazione "liberalizzazione degli scambi
commerciali= sviluppo=fine della povertà"  significa permettere all'Unione
di accedere a nuovi mercati, in termini geografici e non solo.
Non è un segreto che l'agenda commerciale dell'Unione è  indirizzata ad un
allargamento dei settori sottoposti ai dettami dell'Organizzazione Mondiale
del Commercio, dai servizi agli investimenti. Non a caso, in un suo
documento politico pubblicato prima deLl'ultima conferenza preparatoria,
quella di Bali la Commissione ha riaffermato la centralità del Negoziato
per lo Sviluppo di Doha come base fondante delle politiche di cooperazione
e sviluppo sostenibile.

Insomma si assiste ormai ad una costruzione di scatole cinesi, la più
grande della quale , quella che contiene le altre, è rappresentata
dall'agenda programmatica dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, e via
via le altre  derivanti dalle altre conferenze ONU, da partire a quella del
Millennio, che lanciò il programma per il perseguimento dei Millennium
Development Goals, a quella di Monterrey sui Finanziamenti per lo Sviluppo
del marzo scorso, a quella, pressoché ignorata a Johannesburg, della FAO
sull'alimentazione, del maggio scorso.
Nel contenitore di Doha quindi entrano tutte le questioni, dalla lotta alla
povertà, alla lotta alla fame nel mondo, alla tutela dell'ambiente. Così a
Johannesburg, subdolamente,  si è consolidata la primazia dell'agenda
negoziale dell'OMC rispetto agli obiettivi e priorità politiche dei
cosiddetti MEA (Multilateral Environmental Agreements-.Accordi
Multilaterali sull'Ambiente). Infatti, se da una parte  è stato emendato il
paragrafo 17 del capitolo sul commercio era stato alla fine emendato per
evitare di sottoporre i MEAs agli accordo OMC, dall'altra il seguente
paragrafo 18 nella sua formulazione approvata afferma, per quanto riguarda
i MEAs, che le Nazioni Unite "sosterranno il programma di lavoro approvato
dall'OMC". Spetterà pertanto ai ministri del commercio definire le
relazioni che devono intercorrere tra OMC ed accordi internazionali
sull'ambiente, mentre i ministri dell'ambiente verranno ammessi al
negoziato in veste di semplici osservatori.  Inoltre, l'esito di tali
negoziati non dovrà "né aumentare né diminuire i diritti e gli obblighi
degli stati membri nell'ambito degli accordi OMC esistenti". Saranno quindi
i MEA a dover essere emendati per garantirne la coerenza con gli accordo
OMC e non il contrario. Se ciò non dovesse avvenire, l'OMC può costruire un
accordo tra gli stai membri affinché i MEA vengano applicati in maniera
tale da non sostituire una restrizione al libero commercio, una formula per
ribadire che ogni accordo sull'ambiente dovrà sottostare alla priorità
assoluta della liberalizzazione degli scambi commerciali.
A nulla sono valsi gli appelli e le esortazioni di alcuni paesi,
soprattutto la Francia, che hanno perorato con forza la causa di una nuova
Organizzazione Mondiale dell'Ambiente che potesse fare da contraltare alla
sempre più potente OMC.

Il tema della "governance" dei processi di globalizzazione è stato toccato
di striscio anche per quel che riguarda la necessaria sinergia tra attività
delle agenzie specializzate ONU e le istituzioni finanziarie internazionali
(Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) e l'Organizzazione
Mondiale del Commercio. Nella dichiarazione finale si invita il Consiglio
Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) a perseguire l'impegno
preso nel documento finale di Monterrey (il "Monterrey Consensus") di
coordinare in maniera più stretta le sue attività con quelle delle
Istituzioni di Bretton Woods e l'OMC. Cade nel vuoto la proposta, già
avanzata in Messico dalla Francia, e ribadita nel suo intervento da Jacques
Chirac, di istituire un Consiglio di Sicurezza Economico e Sociale. Nessuna
nuova istituzione, avevano detto gli Europei, nessuna nuova burocrazia,
aggiungevano gli Americani. A molti era sfuggito un dettaglio rilevante: ai
primi di agosto UE ed USA nella figura del Commissario al Commercio Pascal
Lamy, e del Capo del Dipartimento al Commercio americano Zoellick si erano
incontrati ed avevano concordato una linea politica comune contro la
creazione di nuove istituzioni, e per congelare il negoziato e l'esito
finale di Johannesburg senza alcun passo in avanti o all'indietro rispetto
a Doha ed a Monterrey. Fatto sta che pur essendo condiviso da tutti i
governi come priorità politica, (ad eccezione di alcuni paesi quali
l'Etiopia o Tuvalu, la Svizzera , la Norvegia ed il gruppo CARICOM) il tema
della liberalizzazione degli scambi commerciali è stato anche uno dei più
dibattuti. L'alleanza insolita tra USA e UE ha stupito molti osservatori,
tenendo in considerazione che gli States stanno conducendo una guerra
commerciale, contro l'Unione, avendo proprio a ridosso del Vertice
annunciato la presentazione di un ricorso all'OMC contro la moratoria UE
all'importazione di prodotti agricoli ed alla sperimentazione degli OGM.

Altro punto cruciale correlato al commercio è quello relativo alla
contesa, ormai annosa, sulla necessità di favorire l'accesso ai mercati per
i prodotti dei paesi poveri, al fine di contribuire al riequilibrio della
loro bilancia dei pagamenti, ed attivare, secondo i parametri classici
dell'approccio neoliberale, la crescita economica e quindi produrre
benessere diffuso. Il conflitto tra paesi del G77, il gruppo JUSCANZ
(Giappone, Stati Uniti, Canada e Nuova Zelanda), e l'Unione Europea
(spaccata tra Inghilterra a favore della rimozione dei sussidi e Francia ,
Grecia, Portogallo e Germania contro) ha toccato un livello estremamente
elevato. Non poteva essere altrimenti visto che il tema dell'accesso ai
mercati e dei sussidi agricoli (soprattutto negli USA ed in Unione Europea)
aveva rappresentato l'elemento di rottura nel negoziato preparatorio di
Bali. Gli USA infatti avevano in quei giorni approvato il Farm Bill che
prevede l'elargizione di nuovi sussidi agli agricoltori americani, un vero
schiaffo ai paesi in via di sviluppo. Per capirne l'entità basta fare due
conti: a Johannesburg gli USA hanno annunciato un finanziamento di 90
milioni di dollari per la agricoltura sostenibile, contro i 90 miliardi di
sussidi agli agricoltori americani tramite il Farm Bill. Più in generale, i
sussidi all'agricoltura su scala globale ammontano ad una cifra eguale agli
investimenti totali nel settore petrolifero, ovvero 350 miliardi di dollari
l'anno, mentre è stato calcolato che le barriere al commercio costano ai
paesi in via di sviluppo ben 100 miliardi di dollari l'anno, il doppio di
ciò che ricevono in aiuti . Il compromesso raggiunto a Johannesburg,
permette di tenere in piedi l'architettura istituzionale costruita a Doha,
rinviando a tempo indeterminato la soluzione del problema. Il testo finale
adottato invita i governi a "attuare gli impegni contenuti nella
dichiarazione Ministeriale di Doha, con lo scopo di migliorare
sostanzialmente l'accesso ai mercati, e la riduzione, verso una progressiva
eliminazione, di tutte le forme di sussidi all'esportazione,  una
sostanziale riduzione di sussidi nazionali con effetto di distorsione sul
commercio".



Quanti e quali Sud del mondo?

Il terzo aspetto da tenere in considerazione riguarda il vecchio paradigma
del "conflitto Nord-Sud" che avrebbe, secondo alcuni osservatori,
caratterizzato anche il negoziato a Johannesburg. La contesa sul Protocollo
di Kyoto e sugli impegni per il sostegno alle energie rinnovabili dimostra
che questa visione deve essere ormai superata. delegazioni quali l'Unione
Europea insistevano sull'urgenza di ribadire l'impegno alla ratifica del
Protocollo di Kyoto. Il Brasile, appoggiato da altri stati latino-americani
tra cui il Messico, dalla Norvegia, dalle Filippine  e dal Marocco  ha
annunciato una proposta volta a quadruplicare il volume di energia prodotta
con nuove fonti energetiche rinnovabili ad arrivare al 10% del totale entro
il 2010. (escludendo così le grandi dighe), Per contro, l'asse insolito tra
paesi OPEC e Stati Uniti ha contribuito ad affossare ogni impegno
stringente al riguardo.  Si è assistito così ad un conflitto di interessi
all'interno dello stesso gruppo dei G77, a Johannesburg rappresentati dal
Venezuela, paese produttore di petrolio, le cui priorità stridevano con le
preoccupazioni di altri paesi G77, soprattutto quei "Small Island States" i
paesi insulari del Pacifico che sarebbero le prime vittime dello
scioglimento dei ghiacci polari e del conseguente innalzamento del livello
dei mari. E' evidente allora che anche la formula che incorpora nella
denominazione G77 paesi con urgenze così divergenti non funziona più, e
andrà pertanto rivista e corretta.

L'annuncio dell'intenzione di  ratificare il Protocollo da parte di Canada,
Russia, e Cina ha comunque isolato ulteriormente gli Stati Uniti. Il testo
finale dell'accordo sul protocollo di Kyoto infatti prevede che  :"gli
Stati che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto esortino con forza quelli
che non lo hanno fatto  a ratificare il Protocollo di Kyoto in tempi
stretti". Il testo finale sulle energie rinnovabili invece resta
estremamente vago, lasciando spazio ad iniziative individuali di stati o
gruppi di stati. Con un colpo al cerchio ed uno alla botte dei paesi OPEC
che incassano un impegno allo sviluppo, di non meglio specificati
"combustibili fossili "puliti" ("clean" fossil fuels nella formulazione
originale). L'Unione Europea che inizialmente proponeva un aumento del 15%,
entro lo stesso termine temporale, includendo in questa quota anche le
controverse grandi dighe scopre la sua carta proponendo la creazione di una
coalizione di stati che volessero andare oltre l'obiettivo prestabilito. La
Germania, colpita dalle alluvioni, annuncia una Conferenza Mondiale sulle
Energie Rinnovabili da tenersi nei prossimi mesi.



Ed i temi propriamente ambientali?

Accesso all'energia ed  all'acqua sono stati  i due temi centrali del
pacchetto negoziale più propriamente "ambientale". Sull'energia è stato già
detto. Per quanto  riguarda l'acqua, le elaborazioni svolte da più parti
riguardo alla necessità di considerare l'acqua un bene comune, e non una
merce e pertanto di lanciare l'iniziativa di un Contratto mondiale
sull'acqua, sono rimaste lettera morta. Il pragmatismo ha prevalso, e
nonostante l'opposizione degli Stati Uniti,  si è trovato un accordo
sull'urgenza di dimezzare, entro il 2015 il numero di persone che non hanno
accesso all'acqua (impegno già contenuto nei Millennium Development Goals)
allargando tale obiettivo anche alla "sanitation" ovvero specificando che
oltre all'accesso all'acqua andranno garantite anche servizi sanitari  di
buona qualità. (Il rapporto dello Sviluppo Umano dell'UNDP calcola che al
2000 almeno un terzo della popolazione mondiale non avesse accesso alla
"sanitation".)  Secondo alcune voci di corridoio l'opposizione degli Stati
Uniti riguardo alla "sanitation" era dovuta alle pressioni dell'industria
del cloro, che considerava tale impegno dannoso ai suoi interessi
economici, volti a tenere alto il livello di esportazione di un prodotto
chimico sotto accusa nei paesi industrializzati. Gli USA hanno scambiato
questo punto con quello relativo ai target per le energie rinnovabili, dove
Washington ed i paesi OPEC, come già detto in precedenza, ottengono un
impegno ben più vago, senza obiettivi né scadenze vincolanti.

Per quanto riguarda la produzione e sversamento di sostanze chimiche, si è
deciso di impegnarsi affinché "entro il 2020 le sostanze chimiche vengano
prodotte ed usate in maniera tale da portare ad una minimizzazione degli
impatti negativi sulla salute umana e sull'ambiente". Formula vaga e non
vincolante, certamente più debole degli impegni già presi a livello
internazionale con il trattato POPs ed il Forum Globale dei Ministri
dell'Ambiente dell'UNEP, tenutosi a Cartagena, Colombia nel febbraio di
quest'anno). Grazie ad essa i governi dei paesi in via di sviluppo potranno
o dovranno continuare ad aprire le porte a industrie sporche ed ormai
obsolete nei paesi industrializzati, in virtù del principio del "dumping
ecologico" che dieci anni fa, nelle parole di Larry Summers fece inorridire
tutto il mondo delle ONG e delle associazioni ambientaliste.

Un accordo generico è stato poi raggiunto sulla conservazione della
biodiversità. I governi si impegnano a adoperarsi per una sostanziale
riduzione della perdita di biodiversità entro il 2010, con una formulazione
che risulta essere  piuttosto blanda rispetto agli impegni presi in
occasione dell'ultima Conferenza delle Parti della Convenzione sulla
Biodiversità tenutasi a l'Aia. Sulla biodiversità e gli ecosistemi marini,
l'impegno è per mantenere o ripristinare con urgenza gli stock di pesca a
livelli tali da poter produrre una resa massima, e non più tardi del 2015.
Chi aveva dubbi sul fatto che la Convenzione sulla biodiversità
considerasse la diversità biologica non come valore intrinseco,  ma come
prodotto o merce, leggendo questa formulazione che tratta la diversità
biologica in termini quantitativi come risorsa, potrà ora dormire sonni
ancor meno tranquilli. Comunque sia, dopo il nuovo termine temporale
concordato rispetto all'accesso ala "sanitation", l'unico altro vero
impegno preso a Johannesburg riguarda la creazione di reti di aree marine
protette, entro il 2012.

 Un ultimo punto è relativo ai modelli di produzione e consumo, ovvero
all'urgenza di internalizzare la sostenibilità ambientale riconoscendo
l'impronta ecologica di quel  20% ricco del Pianeta che consuma oltre l'80%
delle risorse. Niente impronta ecologica né riconoscimento del debito
ecologico, ma solo un impegno a "incoraggiare e promuovere lo sviluppo di
un programma decennale in sostegno a iniziative regionali e nazionali?e
laddove appropriato svincolare la crescita economica dal degrado ambientale
(sic!)".




Pochi, maledetti e subito

Una delle preoccupazioni principali di molti osservatori non-governativi
riguardo al possibile esito del Vertice era l'eventualità che a fronte di
una incapacità o mancanza di volontà politica dei governi di fissare
termini temporali ed obiettivi chiari sui quali garantire una adeguata
copertura finanziaria, potesse essere il settore privato a farla da
padrone, proponendosi come il vero nuovo attore principale per lo sviluppo
sostenibile grazie alla cosiddetta "Privatizzazione dell'implementazione" .
Invero, al confrontare i documenti prodotti, il Plan of Implementation dei
cosiddetti "Type 2 outcome"), sembrerebbe sia proprio così. A Johannesburg
sono stati annunciati oltre 200 progetti di partenariato pubblico-privato
tra organizzazioni internazionali, ONG e imprese. Sull'acqua, sono stati
proposti 21 progetti. Sull'energia, vengono varati 32 progetti del valore
totale di 26 milioni di dollari, con gli Stati Uniti che mettono sul piatto
altri 43 milioni nel 2003. A Johannesburg sono state poi annunciate altre
iniziative sull'energia per un totale di 769 milioni di dollari, tra cui
programmi in supporto dei progetti NEPAD per assicurare l'accesso
all'energia per il 35% della popolazione africana entro 20 anni. Nel campo
della salute pubblica 16 sono i progetti per un valore di 3 milioni di
dollari, in quello agricolo 17 progetti per un valore di 2 miliardi di
dollari. Sulla biodiversità sono stati invece annunciati 32 progetti del
valore complessivo di 100 milioni di dollari con gli Stati Uniti che
contribuirebbero con altri 53 milioni di dollari peri l periodo 2002-2005
per la protezione delle foreste.  Infine, 39 milioni di dollari andranno a
34 progetti per il settore delle finanze, del commercio, del trasferimento
delle tecnologie, la produzione ed il consumo sostenibile.
La strategia americana era chiara:  piuttosto che appoggiare impegni
vincolanti hanno annunciato   partnership per un totale di 970 milioni di
dollari, dei quali solo 20 milioni sono però fondi nuovi, essendo il grosso
stato già stanziato prima di Johannesburg.  Contemporaneamente gli USA
hanno ridotto di 30 milioni di dollari gli aiuti all'Africa per il 2003.
Ciononostante la  "privatizzazione dell'implementazione" non ha avuto luogo
nelle modalità paventate all'inizio. A prevenirla sono scesi in campo
l'Unione Europea ed addirittura il settore privato, il BASD (Business
Action for Sustainable Development) che hanno più volte, seppur a modo
loro, ribadito che le partnership pubblico-privato non devono sostituirsi
all'azione dei governi ed agli accordi politici. Le imprese hanno poi
chiesto a gran voce la ratifica del protocollo di Kyoto, mentre la stessa
Banca mondiale ha Johannesburg ha dovuto ammettere alcuni errori del
passato, riaffermando la centralità dell'azione dei governi  nei confronti
del mercato , con un notevole passo indietro rispetto all'inflessibile
dogma liberista del Consenso di Washington che ha finora ispirato, e
probabilmente continuerà - nonostante  tutto - ad ispirare le sue politiche
di sviluppo.
Se da una parte il settore privato chiede impegni ai governi, dall'altro si
oppone ad ogni ipotesi di regole vincolanti, continuando ad optare per
standard volontari, affidandosi principalmente alle leggi del libero
mercato. Per contro,  le "Type II outcome" per avere senso ed essere uno
strumento complementare rispetto all'operato dei governi e delle
istituzioni pubbliche, devono necessariamente essere monitorate da un
organo multilaterale ed essere accompagnate da norme certe, vincolanti e
verificabili relative alla "corporate social responsibility".  Su questo la
strada da percorrere è ancora lunga. Se da una parte sarà la Commissione
per lo Sviluppo Sostenibile a verificare lo stato di attuazione di tali
iniziative di partenariato, dall'altra il testo approvato prevede di
promuovere attivamente la Corporate Social Responsibility sulla base dei
principi diRio, incluso lo sviluppo e l'effettiva attuazione di accordi e
misure intergovernative, iniziative internazionali, e partenariato
pubblico-privato, normative nazionali, sostenendo il continuo miglioramento
delle pratiche imprenditoriali in tutti i paesi.  Come spesso accade in
questi negoziati, sono le sfumature quelle che contano: e così si è
sviluppato un dibattito stretto sull'ipotesi che tale accordo sia relativo
solo agli accordi "esistenti", con gli  Stati Uniti che fecero circolare
una nota   secondo la quale il testo va interpretato in maniera tale da
escludere la possibilità di creare nuovi strumenti di responsabilizzazione
delle imprese.  L'accordo finale, pur non specificando termini temporali,
né il carattere vincolante delle normative e degli standard, rappresenta
comunque una mezza vittoria da ascrivere al lavoro costante di alcune ONG
che a Johannesburg erano arrivate con la richiesta di una Convenzione sulle
responsabilità delle imprese e che interpretano l'accordo come l'apertura
di uno spiraglio per un processo di elaborazione di regole vincolanti. Su
questo punto, l'Unione Europea è apparsa profondamente divisa, con il
Commissario all'Ambiente Margaret Wallstrom che sosteneva il riferimento
alla necessità di elaborare strumenti di responsabilizzazione, ed i
rappresentanti della Direzione generale sul Commercio che respingevano ogni
proposta in tal senso. Le ipotesi di lavoro che si aprono ora riguardano
soprattutto la possibilità di lavoro in ambito ONU in particolare la
Commissione per lo Sviluppo Sostenibile,  tra cui la messa a punto di
protocolli ed annessi alle Convenzioni ambientali esistenti, nelle quali si
possono definire le responsabilità ed i vincoli per le imprese nei settori
specifici di competenza (Clima, biodiversità, etc), per poi rilanciare
l'ipotesi di una Convenzione che possa in futuro fungere da comun
denominatore di tali protocolli aggiuntivi.

Per ciò che concerne gli impegni finanziari degli stati non si è andato
oltre il vecchio obiettivo di destinare lo 0,7% del PIL per l'aiuto allo
sviluppo mantenendo la differenziazione adottata dai paesi dell'Unione
Europea a Monterrey, mentre i governi donatori avevano poco prima di
Johannesburg concordato sulla ricostituzione di capitale dell'ammontare di
2,9 miliardi di dollari, della Global Environment Facility (GEF), la
struttura tripartita tra Banca mondiale, UNEP, e UNDP che da Rio ad oggi
svolge la funzione di sportello finanziario per progetti relativi a
problematiche ambientali globali quali la tutela della biodiversità, degli
oceani e dell'atmosfera. Precedentemente la GEF aveva ottenuto nel 1994 2,9
miliardi di dollari, nel 1998 2,75 miliardi, cifre che la stessa GEF
ritiene insufficienti per svolgere  in maniera efficace il programma di
lavoro previsto. Riguardo al previsto  Fondo mondiale di solidarietà, i G77
hanno chiesto con forza ed ottenuto che venisse costituito un Fondo
mondiale per "sradicare la povertà e promuovere lo sviluppo umano e sociale
nei paesi in via di sviluppo". In seguito all'opposizione dell'Unione
Europea e di altri stati, si è deciso che i contributi a tale fondo siano
volontari, e provengano principalmente dal settore privato e da donazioni
individuali. Spetterà all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite definire
le modalità di funzionamento e finanziamento di questa struttura.  (Jeffrey
Sachs economista e consigliere dell'ONU ha calcolato che per un PIL totale
dei paesi ricchi equivalente a 25 trilioni di dollari l'anno, basterebbe un
centesimo per ogni dollaro per generare un fondo globale di 25 miliardi di
dollari).



Insomma, come è andata a Johannesburg?

La disamina svolta in questo breve saggio non pretende di esaurire la
complessità e la varietà dei temi discussi a Johannesburg, né di fornire
una chiave di interpretazione univoca riguardo all'esito finale del
negoziato. Certamente Johannesburg è stato uno dei vertici più complessi
degli ultimi anni, per la quantità di temi all'ordine del giorno, per la
decisione di frammentare il dibattito in sottogruppi di lavoro, e per una
serie di elementi endogeni che si intrecciavano di continuo con l'agenda
ufficiale.

Altrettanto certamente,  il vertice, nonostante l'agiografia ufficiale
insisterà per definirlo un successo, non è stato all'altezza delle sfide
che si era proposto, e forse non esistevano le condizioni per questo. I
paesi ricchi, che dovrebbero impegnarsi maggiormente per la concessione di
aiuti ai paesi in via di sviluppo, o ad aprire le loro frontiere ai beni da
loro prodotti, sono in gran parte governati da coalizioni o partiti  che
hanno fatto della riduzione delle tasse e della deregulation uno dei
principali cavalli di battaglia. Diminuire le entrate fiscali e perseguire
politiche di austerità e taglio delle spese pubbliche certamente non
contribuisce a mettere a disposizione dei governi fondi da investire nella
cooperazione allo sviluppo. La speranza che a Johannesburg potesse
finalmente materializzarsi quel decennale dividendo di pace nel quale molti
avevano creduto dopo la fine della guerra fredda, è sfumata di fronte alle
esigenze della crociata contro il terrorismo e della guerra globale
permanente. Il riconoscimento dei limiti e delle contraddizioni della
globalizzazione neoliberale e della sua agenda politica  non è andato al di
là di una semplice affermazione verbale dei rischi che la globalizzazione
può comportare sull'ambiente e sui diritti sociali. Pertanto a Johannesburg
non si sono voluti o potuti affrontare i presupposti strutturali della
crisi ambientale e della povertà, quali il debito estero, il crollo dei
prezzi delle materie prime, le sperequazioni insite nell'esistente
architettura finanziaria internazionale, l'inefficacia delle normative
esistenti relative al settore privato, il riconoscimento dell'impronta
ecologica e del debito ecologico e sociale.  Non si è voluto o potuto
articolare un approccio che sappia coniugare il bisogno di creare maggior
sicurezza con la trasformazione dei modelli di gestione, sfruttamento e
consumo delle risorse naturali. Eppure l'Africa è un caso emblematico dei
nuovi conflitti, quelli cioè correlati più o meno direttamente allo
sfruttamento di risorse naturali scarse, dall'acqua, al petrolio al legname
tropicale , ai minerali preziosi. Un approccio cioè che ricaratterizzi la
tematica ambientale, integrandola in una critica propositiva riguardo al
paradigma di sviluppo dominante, ed alla riaffermazione della pace e della
giustizia sociale.
Sarà poi necessario comprendere quali dovranno essere i luoghi
istituzionali dedicati a tale lavoro. Da una parte Johannesburg ha
riaffermato le preoccupazioni relative allo stato di salute e di vitalità
delle Nazioni Unite, esortando molti tra i movimenti sociali e le ONG a
considerare l'ipotesi  di ignorare d'ora in poi tali consessi. Dall'altra
però non ha proposto altre alternative rispetto al multilateralismo
esistente, poiché non potranno essere le azioni individuali o collettive
degli stati, né quelle del settore privato, né solo quelle dei movimenti
sociali a ricostruire le ragioni e le opportunità di una convivenza sana e
pacifica sul Pianeta. Alla rielaborazione del tema ambientale, pertanto
andrà accompagnato un lavoro di ridefinizione e riaffermazione di strutture
di "governance" globale che possano tutelare la centralità dei diritti
fondamentali, ed indirizzare, imbrigliare ed invertire se necessario i
processi di globalizzazione dei mercati.  Allora il lavoro arduo che ci
aspetta sarà quello di far sì che  un' ipotesi del genere non potesse
essere plausibile solo  fino alle 8,45 dell'11 settembre del 2001, ma che
lungo le ascisse della giustizia sociale, del diritto ad un ambiente sano,
e ad una economia fondata sullo sviluppo umano si possano costruire  i
presupposti per un avvenire di pace.

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