Rassegna stampa su Porto Alegre 2002
6 febbraio 2002
Repubblica
Porto Alegre, addio fra le danze
il Social
Forum finisce in festa Sessantamila
persone
intervenute, neanche un vetro
rotto C'erano
oltre 15 mila delegati giunti
da 123 diversi
paesi In bilancio 28 grandi conferenze
più
un centinaio di seminari Oltre
3000 giornalisti
di 48 nazioni hanno seguito i
lavori del
vertice A rappresentare l'Italia
membri dei
Ds, Verdi, Rifondazione e Comunisti
italiani
DAL NOSTRO INVIATO
FABRIZIO RAVELLI
PORTO ALEGRE - Discorsi, ringraziamenti,
buoni propositi, soddisfazione,
appuntamento
all'anno venturo. Ma come può
davvero finire
questo secondo Forum sociale
e mondiale,
visto che siamo in Brasile? In
musica e balli,
qui nell'Università pontificia
dove hanno
tolto le pareti per ricavare
un unico, immenso
salone, saranno 4 mila persone
che ballano,
in una clima di festa e felicità
collettiva.
Una scena assolutamente fuori
dall'ordinario,
come sono stati questi sei giorni.
Balla,
in completo grigio e cravatta,
il baffutissimo
governatore Olivio Dutro, avvinghiando
sul
palco la cantante Lia de Itamaracà,
una signora
nera sopra i sessant'anni, stella
del Carnevale
di Olinda e della musica ciranda.
Ballano
tutti, sul palco e in sala. Ministri,
professori,
contadini, indios, hostess, giornalisti,
guardie del corpo, delegati,
conferenzieri,
vecchi e bambini. Una ragazza
brasiliana
vistosamente incinta balla sul
palco con
la pancia nuda fuori dai pantaloni,
come
usa qui.
Uno spettacolo a parte, per gli
italiani
presenti, è rappresentato dal
ballo di Vittorio
Agnoletto. Il medico del lavoro,
l'esperto
di Aids, il torrenziale portavoce
del movimento
italiano, oggi si fa contagiare
dall'atmosfera
e si diverte come un bambino
occhialuto.
Identico a Woody Allen. Assolutamente
negato
alla danza, ma pieno di entusiasmo.
Butta
le gambe di qua e di là, suda,
ride, e sventola
una bandiera italiana. Sopra
c'è scritto:
"Articolo 11 della Costituzione:
l'Italia
ripudia la guerra, ma i suoi
governi no".
Gliel'ha allungata Camilla Lattanzi,
una
ragazza del Firenze Social Forum,
che se
l'era portata da casa.
Balla Agnoletto avvolto nel tricolore,
e
con lui una ragazza con la bandiera
israeliana,
uno con quella palestinese, una
delle Madri
di Plaza de Mayo. Costringono
a salire anche
Haidi Giuliani, che è piuttosto
commossa:
non balla, batte le mani. L'orchestra
pesta
sui tamburi e soffia nei tromboni,
la sala
è una bolgia sudata e trionfante.
Tre quarti
d'ora di danze, mica cinque minuti.
E quando
smette la musica, i brasiliani
protestano:
"Porqué acabò, acabò porqué",
perché
avete smesso. E così doveva finire,
questo
Forum, per dare l'ultimo sfogo
all'entusiasmo
lungo sei giorni, per far vedere
che questa
miscela di gente da tutto il
mondo è qualcosa
di diverso da un partito a congresso.
L'organizzazione diffonde i numeri
del Forum.
Cinquanta o 60 mila persone hanno
affollato
Porto Alegre per una settimana,
senza che
un solo vetro finisse in frantumi,
senza
una rissa né un atto di violenza,
in assoluta
tranquillità. Solo quelli registrati
dal
Comitato, erano 35 mila, al campeggio
dei
giovani intitolato a Carlo Giuliani
hanno
dormito, ballato e cantato in
15 mila venuti
da 52 paesi. I delegati erano
15.084, da
123 paesi del mondo, in rappresentanza
di
5 mila organizzazioni. Si sono
tenute 28
grandi conferenze ufficiali,
100 seminari,
più di 700 incontri. C'erano
3054 giornalisti
di 48 paesi. Hanno partecipato
al loro Forum
613 parlamentari accreditati,
più 157 invitati
e 61 osservatori. Per l'Italia
c'erano esponenti
di Rifondazione, Verdi, Ds, Comunisti
italiani.
La delegazione italiana al Forum
(con 694
membri) era la più numerosa dopo
quella brasiliana
(6503) e prima di quella francese
(533).
Dagli Stati Uniti sono arrivati
in 357.
Sono i numeri di una convention
tre volte
più grande di quella dell'anno
passato. L'organizzazione
è stata di una efficienza assoluta,
e straordinariamente
gentile. Il Comune di Porto Alegre
e lo Stato
di Rio Grande do Sul hanno investito
in questo
Forum una somma consistente (l'equivalente
di circa 3 milioni di euro, in
parte ripagati
dalle quote sborsate dai delegati,
e con
una forte ricaduta sugli affari
di alberghi,
ristoranti, taxi, negozi), e
ne hanno fatto
l'evento assoluto della vita
di Porto Alegre
per mesi. Hanno vinto la scommessa
organizzativa,
e il PT (partito dei lavoratori)
ci ha guadagnato
in popolarità in vista delle
elezioni presidenziali
di ottobre.
Dal Forum il movimento mondiale
esce, vista
l'esplosione dei numeri e del
peso politico,
con l'obbligo di darsi forme
strutturali
più definite. Quello italiano
terrà il 2
e 3 di marzo (probabilmente a
Bologna) la
sua assemblea nazionale, e per
novembre si
prepara a ospitare il Forum europeo
(città
candidate Firenze, Napoli, Venezia,
forse
Ancona). "Dovremo darci
una struttura
- annuncia Agnoletto - sottoscrivendo
un
patto di lavoro, e dividendoci
in gruppi
che organizzino le varie scadenze.
Non saremo
mai un partito, tengo a precisare.
Da questo
Forum il movimento esce con la
consapevolezza
di essere un soggetto sulla scena
mondiale,
che nessuna grande istituzione
può più trascurare".
Suda ancora per le danze, ma
è rientrato
nel ruolo.
In platea si abbracciano preti
missionari,
casalinghe argentine, l'indiocolombiano
che
durante la cerimonia ha suonato
ai quattro
punti cardinali la sua conchiglia,
indiani
in sari arancione che fanno scuola
di yoga
nelle favelas, strenui militanti
dell'esperanto
con striscione, guevaristi attempati.
Gli
altoparlanti risuonano per l'ennesima
volta
la sigla del Forum: "Aquí
um outro mundo
è possível". José Saramago
ha mandato
un messaggio, che viene letto
da tre ragazzi.
La speaker Mara Régia dice che
qui a Porto
Alegre stanno già "carregando
no peito
a saudade": comincia già
a mancargli
questo fenomenale circo dell'altro
mondo.
Parla Ignacio Ramonet, fondatore
del controvertice
sociale "Appuntamento in
Italia sarà
la rivincita dopo Genova"
L'INTERVISTA
contro berlusconi Sarà un'occasione
di solidarietà
politica contro l'orrido trio
del governo
italiano DAL NOSTRO INVIATO
ANAIS GINORI
PORTO ALEGRE - Il Forum sociale
mondiale
è in parte una sua creatura.
Suo anche lo
slogan "Un altro mondo è
possibile"
lanciato su Le Monde diplomatique,
il giornale
che dirige. L'anno scorso, Ignacio
Ramonet
aveva definito il raduno brasiliano
una "internazionale
ribelle". Adesso, con 60mila
persone
riunite e la previsione di nuove
edizioni
in Europa e Asia, rivede la sua
definizione:
"E' un grande parlamento
dei popoli
dice Rappresenta cinque miliardi
di persone:
i poveri e gli oppressi della
terra".
Ramonet, nato in Spagna nel 1943,
è un intellettuale
militante. Ha seguito la carovana
zapatista
scrivendo poi un libro sul subcomandante
Marcos. Ha partecipato alla fondazione
di
Attac, l'associazione francese
per la Tassa
Tobin che oggi ha sede in quaranta
paesi,
tra cui l'Italia. E' insomma
uno che nel
nuovo movimento antiglobalizzazione
ha potere.
"Per carità, non diciamo
così. Nessuno
di noi ambisce al potere".
Litigare per organizzare il primo
forum sociale
europeo, come hanno fatto francesi
e italiani,
non è una logica di potere?
"Ma no, nessun conflitto.
Ci sarebbe
piaciuto che la riunione di novembre
fosse
a Parigi. Poi la delegazione
francese ha
fatto un passo indietro: l'Italia
meritava
una rivincita".
Rivincita per cosa?
"Il movimento italiano è
stato umiliato
e ferito durante le giornate
di Genova. Organizzare
un incontro sul modello di Porto
Alegre permette
ai militanti di mostrare un'altra
immagine
al mondo, il volto delle proposte".
Vogliamo dire che è stato un
beau geste da
parte vostra?
"Anche. Ma siamo anche franchi:
venire
in Italia è diventata ormai una
questione
di solidarietà politica. Il governo,
questo
orrido trio formato da BerlusconiBossiFini,
è un emblema di degenerazione
democratica.
E questo rafforza la protesta
sociale, per
questo il movimento italiano
è destinato
a un grande futuro".
Lei continua a parlare di "movimento":
che intende?
"Gente che ha detto basta
con l'ingiustizia,
l'ineguaglianza e i limiti alle
libertà imposti
dall'attuale sistema globale".
Gente di sinistra?
"Sinistra nel senso che
recupera questi
tre valori: giustizia, eguaglianza,
libertà.
Ma lo ripeto: nessuno a Porto
Alegre vuole
il potere e i politici non sono
benvenuti".
Già: non è miope tenere a distanza
chi governa?
"Ma chi governa esattamente
oggi? Blair
e Bush governano? Il potere reale
è altrove,
in mano alle multinazionali,
alle istituzioni
finanziarie. Nei prossimi mesi
continueremo
a stilare un catalogo di lamentele
ma anche
di proposte ed esperienze alternative.
Ai
politici decidere: se contaminarsi
o no dalla
nostra rivoluzione silenziosa".
Silenziosa? Sono due anni che
assistiamo
a una protesta dopo l'altra.
"La fase delle manifestazioni
è esplosa
a Seattle e continuerà. Ma dal
2001, con
la prima edizione di Porto Alegre,
si è aperta
un'altra fase: dalla protesta
"contro"
a un'azione "a favore"".
Di chi?
"A favore delle idee: queste
sì che
sono il nostro grande potere".
IL MANIFESTO
PORTO ALEGRE
Sotto le stelle del forum
MANUEL VA'ZQUEZ MONTALBA'N
Rosso e verde. Tutta la gamma del rosso e
quasi tutta quella del verde
dominano il
paesaggio urbano di Porto Alegre,
la capitale
dello stato del Rìo Grande do
Sul, dove il
Pt (Partito dei lavoratori) fa
le prove di
democrazia partecipativa nonostante
le limitazioni
centraliste imposte dalla Costituzione
brasiliana.
Lula, il capo del partito, può
diventare
presidente del Brasile e salutandolo
mi felicito
per i quarant'anni di battaglia
sui fronti
più duri della lotta di classe
del XX secolo.
A Porto Alegre, un milione e
mezzo di cittadini
approfittano della possibilità
di decidere
come distribuire il bilancio
e si nota. Qui
il degrado del paesaggio umano
e urbano comune
a tutti i paesi sottosviluppati
non ti ferisce
lo sguardo e cinquantamila attori
interpretano
la grande rappresentazione del
Forum sociale,
una replica dei globalizzati
e globalizzatori
che si riunivano a Davos (Svizzera)
e quest'anno
lo hanno fatto a New York. In
un anno, il
Forum sociale ha segnato un'importante
affermazione
mentre il Forum economico di
Davos o New
York si è sviluppato all'ombra
della destabilizzazione
economica e dello scandaloso
affondamento
dell'esperienza neoliberale in
Argentina.
Potremmo parlare di una Teologia
neoliberale
rivelata da qualche Dio importante
in qualcuna
delle montagne sacre dell'immaginario
capitalista:
il Sinai, Davos, il monte Pellegrino?
Certo
è che la Cnn nell'edizione latinoamericana
si è dedicata in questi giorni
a esaltare
il foro di New York, quello dei
ricchi, e
a minimizzare quello degli antagonisti,
di
Porto Alegre, anche se 2.500
giornalisti
hanno occupato la città brasiliana,
alcuni
attratti e alcuni sconcertati,
come se fossero
venuti a vedere la partita di
inizio del
millennio della Champions League
della Globalizzazione:
Globalizzati contro Globalizzatori.
Qui sono stati Ignacio Ramonet,
Bernard Cassen,
Riccardo Petrella, Francisco
Whitaker, Susan
George, i frati Houtart e Betto,
Leonardo
Boff, José Bové, Rosario Ibarra,
Gonzàlez
Casanova, Noam Chomsky, Rigoberta
Menchu,
Pérez Esquivel, James Petras,
Roberto Savio,
il giudice Garzòn, Vidal Beneyo.
Una sorta
di selezione di professori, intellettuali,
attivisti dello spirito che hanno
qualcosa
da dire al ricettore occidentale,
ma anche
prime figure della contestazione
africana,
giapponese o hindu che formano
un'assise
della critica alla globalizzazione.
Qui si
sono manifestate organizzazioni
che vanno
dalle donne contadine del Brasile
fino al
sempre più potente Attac - il
movimento presieduto
dal professor Bernard Cassen
che chiede l'applicazione
della Tobin tax, imposta sul
capitalismo
speculativo che contribuirebbe
a superare
il deficit economico del mondo
sottosviluppato.
Se si parla di Attac come movimento
sociale
in espansione in tutto il mondo,
non si deve
dimenticare il suo legame con
Le Monde diplomatique, il mensile francese diretto dal gallego-tangerino
Ignacio Ramonet che è forse stato
il più
forte vincolo culturale, quasi
organico,
dell'antiglobalizzazione.
Sorprendente il numero di politici
e parlamentari
europei giunti a Porto Alegre
per lo stesso
motivo per cui il poeta spagnolo
Blas de
Otere se ne andò in Cina ai tempi
del franchismo:
"...per orientarmi un po'...".
La stampa francese ha scritto
che molti dei
suoi politici più importanti
si sono interessati
di Porto Alegre por motivi elettorali,
perché
il Forum sociale ha superato
nelle aspettative
il Forum economico. Qui c'era
per esempio
Hollander, l'erede di Jospin,
oltre alla
presenza della vedova di Mitterrand
con la
quale ci salutiamo con una segreta
complicità:
ci incontriamo in quasi tutti
i convegni
della via crucis del progressismo
globale.
Anche Giscard d'Estaing era interessato
a
inviare osservatori e in cambio
gli organizzatori
del Forum hanno raccomandato
a Castro di
non presentarsi, per non tingere
di castrismo
questo embrione internazionale
alternativo
ai signori della globalizzazione.
Ma tra
i 50.000 interpreti di questa
festa della
sinistra rossa e verde, ci sono
quelli che
considerano dei loro quanti continuano
a
praticare la lotta armata, come
anche quelli
che non vedono altra strada per
la sinistra
che l'occupazione critica della
globalizzazione,
qualcosa di simile alla pratica
della formula
berlingueriana di entrare nelle
istituzioni
democratiche, ma praticare anche
la pressione
sociale. Partito di lotta, partito
di governo,
diceva Berlinguer e ora non si
può parlare
di Partito perché questa nuova
sinistra che
passa per Seattle, Porto Alegre,
Praga, Barcellona
e Genova è plurale e nello stesso
tempo post
e pre, post comunista o post
socialista o
post anarchica e il pre sta cercando
la parola
che lo accompagni, ma senza dubbio
è un derivato
del verbo trasformare. Un accampamento
per
giovani universitari coesiste
con l'Università
cattolica dove si svolgono i
principali eventi,
e lì è apparso agli uomini Chomsky
per comunicare
loro che un nuovo bellicismo
si avvicina
e non per risolvere alcunché,
bensì per fornire
una via d'uscita all'industria
bellica che
controlla sempre di più i meccanismi
di decisione
politica dell'amministrazione
nordamericana.
Tra gli invitati le stelle rutilanti
erano
Chosmky e Saramago e noi altri
completavamo
il sistema planetario della galassia
contestataria.
Chomsky appartiene a quella setta
di intellettuali
annunciati che non arrivano,
invece quest'anno
si è presentato con il suo look
e le maniere
da saggio democratico e gioviale
che diffonde
fiducia e interesse umano. Il
suo discorso
era simile a quello che ha scritto
nel suo
ultimo libro sull'11 settembre
del 2001,
una inquietante profezia sul
nuovo bellicismo,
che modifica l'opzione tra Davos
e Porto
Alegre aggiungendo l'elemento
di Guantanamo,
come metafora di un globo vigilato
dalle
garitte nordamericane. Sono stato
al suo
fianco a lato del palco durante
la festa
di inagurazione e il saggio dal
volto pallido
assorbiva lo splendore della
festa rossa
e verde, circondato da un fervore
che forse
non si aspettava. E' che Porto
Alegre ha
riflesso soprattutto in questa
convocazione
del 2002, la rinascita della
speranza di
quella sinistra plurale che era
uscita depressa
dal secolo XX e che si è trovata
con nuove
reti giovani, emancipatrici che
si agitano
in internet e si mettono in cammino
per studiare
i limiti del villaggio globale.
Interessante vivere questa esperienza
a lato
dei gruppi che hanno giocato
un importante
e insospettato ruolo nella rinascita
della
fiducia critica, come sono i
quasi militanti
di Le Monde diplomatique e i sempre più numerosi militanti di Attac.
Ottocento riunioni di seminari
in quattro
giorni hanno affrontato tutto
l'inventario
dei deficit del mondo che rivelano
il fallimento
emancipatorio e portatore di
felicità che
preconizzava la proposta capitalista.
Si
è detto che all'inizio del XXI
secolo il
20 per cento della popolazione
mondiale dei
paesi ricchi dispone di entrate
dell'82 per
cento in più dello stesso 20
per cento dei
ricchi dei paesi poveri, e stiamo
parlando
di ricchi assoluti o relativi.
Il fatto è
che un terzo della popolazione
mondiale non
ingerisce sufficienti calorie
e proteine
e si sa che basterebbe utilizzare
il 4 per
cento della ricchezza accumulata
dalle 225
maggiori fortune del mondo perché
tutta la popolazione del globo avesse la
possibilità di soddisfare le
necessità di
base: alimentazione, acqua potabile,
educazione
e sanità. Sono dati delle Nazioni unite ottenuti
in questi momenti di riposo nei
quali l'Onu
si converte in semplice contemplatrice
degli
eccessi bellici della Nato come
ostaggio
degli Stati uniti, veri gendarmi
della globalizzazione.
Scriveva Ignacio Ramonet che
nella sua fase
ultraliberale, il capitalismo
trasforma in
merce tutto quello che tocca,
disintegra
le antiche comunità "...
e disperde
le esistenti in una moltitudine
solitaria...".
50.000 persone arrivate da tutte
le parti
del mondo - alcuni in autocarro
dal Cile
- hanno costituito una moltitudine
molto
unita che protestava e costruiva
reti che
creano libertà, proposte di cambiamento
nelle
regole del gioco della globalizzazione
e
non solo in campo economico,
ma anche politico
e culturale, in modo particolare
nel sapere
che si trasmette mediante l'informazione.
Per una politica democratica
e partecipativa,
per una cultura che rispetti
le differenze
e per una informazione che gerarchizzi
i
valori delle notizie e non le
trasformi in
semplici merci. Le necessità
come obiettivi,
non il mercato come un dio indiscutibile
o una patria nella quale la maggioranza
non
ha altro spazio che i sotterranei.
Se Chomsky è stata la stella
invitata che
ha dato senso all'inaugurazione,
Saramago
ha chiuso il Forum a distanza.
Attraverso
la televisione, il premio Nobel
ha parlato
alla moltitudine non solitaria
ma solidale
di Porto Alegre, disposta a essere
moltitudine
globale capace di convertire
le sue certezze
in energia storica del cambiamento.
Nei dibattiti
si è parlato anche di chi è il
soggetto storico
del cambiamento che eredita le
funzioni canoniche
della classe operaia e bastava
contemplare
gli attori di questa rappresentazione,
niente
meno che l'origine di una nuova
internazionale
segnata dalla cultura del necessario,
per
scoprire che il soggetto in fase
di costruzione
è plurale. E allo scoprirlo,
il soggetto
plurirosso e pluriverde ha recuperato
la
fiducia che sia possibile l'azione
e la speranza,
l'incontro alla fine del regno
della libertà
e del regno della necessità.
Un parlamento per i popoli
Porto Alegre, il bilancio di Ignacio Ramonet:
dal forum un appello morale,
i cahiers de doleance dell'umanità. I potenti ci ascoltino
ANGELA PASCUCCI - INVIATA A PORTO ALEGRE
"Pensa, discuti, agisci. Ottieni il
possibile". Lo slogan campeggia
su uno
dei grandi tabelloni disseminati
per le grandi
sale dell'Università cattolica,
spazzata
dai flussi umani di decine di
migliaia di
persone che come stormi si riuniscono,
si
allargano, scompaiono nelle grandi
sale e
nelle piccole aule, si riversano
sui prati
e nei viali del campus per discutere,
manifestare,
cantare, ballare, comprare.
Seguire tutto è impossibile,
scegliere è
un dispiacere, un'occasione mancata.
C'è
un aspetto un po' "giungla"
in
tutto questo. Cosí lo definisce
Ignacio Ramonet,
emerso da un seminario su "Democrazia
e Comunicazione" dove oltre
500 persone,
la maggior parte giovanissime,
si sono accalcate
per oltre tre ore in un'aula
troppo piccola,
zeppa come un autobus in un'ora
di punta.
Ma al di là di questo disordine
irrazionale,
la forza di questo Forum, dice
il direttore
di Le Monde diplomatique, giornale che fa parte del comitato organizzatore,
si impone di per sé: "E
l'effetto di
vigore, energia, forza che dà,
dimostra che
questo evento era indispensabile
allo stato
del mondo oggi". Ramonet
riflette e
continua: "E pensare che
dopo l'11 settembre
i responsabili del Forum si erano
chiesti
se non fosse meglio annullarlo,
perché l'atmosfera
politica che si era creata, di
criminalizzazione
del movimento di protesta parlava
di un fronte
dei provocatori che si sarebbe
riunito qui.
Ma oggi vediamo quanto fosse
necessario mantenerlo.
Perché è evidente che qui si
ritrova il mondo
esattamente com'è, in tutta la
sua realtà,
una realtà non molto differente
da quella
che c'era prima dell'11 settembre.
C'è sempre
la questione del debito, dei
paradisi fiscali,
del degrado ambientale, dell'emancipazione
delle donne, dei bambini ridotti
in schiavitù.
Se facciamo un paragone con il
Forum dello
scorso anno - spiega il direttore
di Le monde diplomatique - e vediamo quanto si è moltiplicato, si
capisce meglio quello che è avvenuto
al movimento
della protesta con Seattle".
Ramonet ripercorre in pochi secondi
l'"album
fotografico" di quello che
a tutti gli
effetti è ormai un movimento
globale: "Fino
alle manifestazioni di Seattle,
nel '99,
nessuno aveva protestato, a parte
il sub
comandante Marcos in Chiapas.
Poi c'è stata
Seattle e la protesta ha preso
il via. Dopo
è venuta Praga, quindi Washington,
Quebec,
Genova. La protesta è diventata
una manifestazione
dell'agire politico attuale.
Già dal primo
appuntamento a Porto Alegre ci
siamo resi
conto che il Forum era diventato
una manifestazione
obbligatoria della vita politica
internazionale.
Quello che oggi viene fuori con
ancor più
evidenza è che è necessario,
su scala mondiale,
un luogo dove le associazioni,
i sindacati,
le ong, i movimenti della società
vengano
a denunciare le sofferenze e
le ingiustizie,
e come queste si determinano.
L'Onu non è
certo questo luogo. Qui a Porto
Alegre assistiamo
alla nascita di una sorta di
società delle
società. Un Forum dei popoli,
un'organizzazione
delle società unite. In un certo
senso, il
Forum é come un parlamento".
Ma il Parlamento ha un potere
istituzionale
riconosciuto. Che tipo di potere
ha il Forum
?
Un potere morale. Penso che non si possa
auspicare nessun altro tipo di
potere. Qui
vengono esposti i mali dell'umanità.
Qui
abbiamo i cahiers de doleance, come li aveva la Rivoluzione francese.
Passando da un seminario all'altro,
vediamo
migliaia di persone riunite a
discutere di
tutto quello che non funziona:
acqua, istruzione,
lavoro, ambiente, le grandi città,
la salute
etc. Un catalogo di tutto quello
che non
funziona. E' una sorta di appello
morale
ai padroni del mondo, per inchiodarli
alle
loro responsabilità.
In un articolo pubblicato da El Pais, "Il consensus di Porto Alegre",
tu hai scritto che da questo
Forum dovrebbe
uscire una proposta concreta
per andare oltre
la denuncia e agire.
Io lo penso, ma non è la via scelta dal consiglio
dei responsabili del Forum, i
quali pensano
che le lotte sono talmente disperse
che ogni
catalogo dovrebbe gerarchizzare,
stabilire
delle priorità. E allora chi
va al primo
posto, chi va al quinto, chi
all'ultimo?
Di conseguenza si creerebbero
tensioni, malcontento.
Ciò spezzerebbe l'unità del movimento.
Ma
ci sono quattro o cinque idee
che tutto il
mondo condivide. Il debito, ad
esempio. Tutti
sono d'accordo per annullarlo,
è immorale.
Ma anche i paradisi fiscali,
la tassa Tobin,
gli organismi geneticamente modificati,
la
questione dell'acqua, la sicurezza
degli
alimenti, l'emancipazione della
donna, i
bambini schiavi, l'istruzione.
Ci sono una
decina di temi che si ricorrono,
in un modo
o nell'altro, nel dibattito e
che costituiscono
una sorta di decalogo. E' questo
quello che
io definisco il consensus di Porto Alegre.
Da una parte vediamo il fronte di quelli
che tu chiami "i padroni
del mondo"
che, pur diviso dalle crescenti
contraddizioni
del sistema, si allea e si unisce
per combattere
e stroncare il movimento di opposizone
che
avanza, avendone peraltro tutti
gli strumenti
e le organizzazioni (polizia,
esercito, spionaggio).
Un fronte che risolve i suoi
problemi con
la guerra. E dall'altra parte
c'è invece
un movimento che ha fatto in
qualche modo
della diversità la sua forza
e che non ha
ancora alcuna organizzazione
propria. Non
pensi che sia in corso un processo
che in
qualche modo costringe ad accelerare
i tempi
della concretezza?
Credo che questo movimento debba assumere
una grande forza etica, un ascendente,
un
potere morale. Deve imporsi così
tanto per
la forza delle sue rivendicazioni
e del suo
umanesimo, da disarmare i suoi
avversari.
Ma l'avversario resta ovviamente
molto attento
al fondo del problema, che tuttavia
non può
essere risolto con lo scontro.
Questo movimento
ne sarebbe scombussolato, danneggiato.
Dopo
tutto, gli altri sono molto deboli.
Guardiamo
l'Argentina, dimostrazione matematica
del
fallimento della soluzione del
Fondo monetario
internazionale. Abbiamo assistito
alla bancarotta
della Enron, che è anche il fallimento
delle
società di certificazione come
la Andersen,
che tengono in piedi l'intero
sistema. Un
sistema che non è più sicuro
di sé, che tira
fuori le armi per fare la guerra
in Afghanistan
perché è stato attaccato al suo
interno,
negli Stati uniti. E le sole
soluzioni che
propone ai suoi problemi sono
militarizzate,
anche contro la contestazione.
Genova è stata
l'immagine della risposta militarizzata
del
potere a una manifestazione che
al 99% era
assolutamente pacifica. Quello
che avviene
dopo l'11 settembre è che la
globalizzazione,
che fino a quel momento aveva
proceduto con
un volto amichevole e accompagnata
da un
discorso, in realtà un'ideologia,
secondo
il quale si preparavano nuove,
definitive
soluzioni ai problemi del mondo,
dopo quella
data ha tirato fuori un apparato
di sicurezza:
l'esercito degli Stati uniti,
la Nato. Vale
a dire una macchina da guerra
capace di portare
guerra in tutti gli angoli della
terra, e
non solo con gli eserciti ma
anche con la
polizia, lo spionaggio, i servizi
etc. Un
sistema di sicurezza con cui
attaccare tutti
gli avversari, sia quelli irrazionali
e violenti
che noi condanniamo, coma Al
Qaeda e bin
Laden che non è certo anti globalizzazione
ma anti Stati uniti, sia il movimento
di
protesta che smonta nel modo
più intelligente
l'attuale processo di globalizzazione.
Un
movimento che, soprattutto, dice
ai governanti
che non basta essere eletti democraticamente
ogni quattro o cinque anni, per
avere legittimità,
ma che bisogna governare democraticamente
per tutto il tempo. E cioè che
bisogna trovare
il modo di consultare e coinvolgere
i governati
quando si prendono decisioni
che possono
cambiare la loro vita e quella
del resto
dell'umanità
|
Arrivederci a Porto Alegre
BENEDETTO VECCHI e ROBERTO ZANINI - INVIATI
A PORTO ALEGRE
Che dire del governatore del Rio Grande do
Sul che balla con competenza un mambo,
tendendo
per mano due signori che hanno qualche
difficoltà
a muovere a ritmo le gambe? E' il segnale
che la seconda edizione del Forum sociale
mondiale è giunta alla conclusione.
L'edificio
centrale della Pontificia università
cattolica
è pieno all'inverosimile, megaschermi
rilanciano
l'happening finale in centro, nel parco
Pôr-do-sol
e nel campeggio Giuliani. Molti hanno
le
lacrime agli occhi e cantano l'inno
ufficiale
del forum, che ripete che "un
altro
mondo e' possibile, se la gente lo
vuole".
Altri sventolano bandiere del Pt o
dell'Argentina
o dei Sem Terra, oppure dell'Uruguay.
C'è
chi ha la kefiah al collo, altri indossano
gli abiti tradizionali indigeni. E'
una manifestazione
che trasuda orgoglio, speranza, la
certezza
che il lungo inverno del neoliberismo
è finito
davvero, anche se il cantiere in costruzione
di un altro mondo possibile è pieno
di insidie.
La prima sta proprio nell'agenda degli
appuntamenti,
regionali, nazionali, continentale
e mondiale
approvata dal forum dei movimenti sociale.
Non c'è mese che non ci sia un qualche
appuntamento
da preparare, per manifestare l'opposizione
all'Accordo del libero commercio delle
Americhe,
per contestare i vertici dell'Unione
europea
o l'incontro internazionale sull'alimentazione
a Roma. E per chiamare a raccolta i
movimenti
sociali a livello continentale (la
candidatura
italiana per il forum sociale europeo
è stata
accolta dal consiglio internazionale,
è quasi
sicuro che si farà a Firenze). Il rischio
è che l'organizzazione di questi appuntamenti
"vampirizzi" tutte le forze
del
movimento a scapito delle campagne,
le iniziative
che riguardano la battaglia contro
la privatizzazione
dell'acqua, la sperimentazione di uno
sviluppo
locale ecologicamente compatibile,
la precarizzazione
dei rapporti di lavoro. All'orizzonte
c'è
anche la possibilità che i portavoce
negli
appuntamenti internazionali si trasformino
in una sorta di funzionariato itinerante,
possibilità che nuocerebbe non poco
alla
pratica democratica di questo movimento.
La terza insidia risiede in quella
tensione
tra la dimensione locale e la dimensione
globale, che potrebbe portare a rinchiudersi
nel particolare.
Infine, un nodo che si è formato giorno
dopo
giorno. In ogni momento di discussioni
sono
emersi filoni di pensiero che rispecchiano
un dualismo tra Nord e Sud del mondo
che
potrebbe costituire un impedimento
alla crescita
del movimento. Finora, la strada perseguita
per superarlo sono state le campagne
internazionali,
ma quando si arriva alla stesura di
documenti,
il dualismo rimerge. Si è visto sul
documento
conclusivo sul lavoro, quando l'accezione
"lavoro decente" ha lasciato
scontenti
i sindacalisti del Nord, oppure sulla
proposta
di tassare le transazioni finanziarie
o di
quali misure proporre per condannare
le grandi
corporation che violano i diritti civili
e sociali non solo della forza-lavoro,
ma
anche delle popolazioni locali. E quello
che va bene per un tedesco può essere
una
nuova gabbia per una filippina.
Un bilancio di quello che è stato,
comunque,
un grandissimo appuntamento antiliberista
- e, per la prima volta, chiuso con
un buon
documento politico? Il suo elefantismo,
ad
esempio, il programmone di 150 pagine
in
cui molte cose hanno finito per annegare,
salvando solo le stelle di primissima
grandezza
(Chomsky, ad esempio) e scolorendo
molti
appuntamenti in una sei-giorni impossibile
da marcare. E le mille attenzioni del
padrone
di casa, il Brasile: preso nella campagna
presidenziale di Lula, il Pt ha esercitato
un gigantesco sforzo organizzativo
(ottimo)
e una gigantesca attenzione a non far
succedere
nulla che potesse essere attaccato
dalla
stampa di destra (pessimo). Così ad
esempio
la stella del precedente forum, José
Bové,
è stato praticamente murato vivo nella
hall
dell'Hotel Plaza e doveva stare attento
anche
a dove metteva i piedi. E nello spostamento
dell'intervento di Chomsky (cinquemila
persone
gabbate e furiose in un gigantesco
stanzone,
non una bella scena) si sospetta lo
zampino
dell'organizzazione, che doveva offrire
a
Lula il posto accanto al nuovo guru
ufficiale
del movimento.
Ma è la giornata conclusiva e per alcune
ore timori e problemi possono essere
messi
da parte. Con orgoglio, dal palco vengono
ripetute le cifre di questo incontro:
contando
tutto, quasi settantamila persone hanno
preso
parte al Forum sociale mondiale di
Porto
Alegre. Più di quattromila associazioni,
gruppi, sindacati accreditati da tutti
e
cinque i continenti (in questa settimana
sono stati presenti oltre 15.000 delegati
da 154 paesi). E la babele di colori
e lingue
può salire sul palco, dopo che ha "attraversato"
le 128 conferenze, i 100 seminari e
i settecento
workshop "ufficiali", senza
dimenticare
quelli "autogestiti" dal
campo
della gioventù, dagli istituti internazionali
e dalle organizzazioni non governative.
La regia che presiede a questa ultima
assemblea
è inflessibile nel seguire il palinsesto
previsto. Sul palco sono chiamati i
delegati
del consiglio internazionale, salutati
da
un boato e da applausi che ricordano
più
una curva dello stadio che una riunione
politica.
Sono proprio loro che aprono l'assemblea,
raccontando di lotte per la dignidad, di umiliazioni e di genocidi in atto. Il
primo momento che fa scorrere qualche
lacrima
lo offre una indigena, che illustra
la sofferenza
di chi, nel migliore dei casi, è trattato
come un panda da preservare dall'inevitabile
sviluppo economico. Viene dall'Ecuador,
dove
le popolazioni indigene, oltre a un
quotidiano
razzismo, hanno sulla pelle anche le
stigmate
della dolarizacion del paese, che sta cancellando le loro piccole,
ma indispensabili economie di sussistenza.
L'intervento dello sciamano colombiano
è
brevissimo. Chiede un po' di silenzio
per
un rito propiziatorio. Suonando una
grande
conchiglia, saluta madre terra e tutti
gli
uomini e donne della sala, che risponde
con
rispetto, mentre un giovene nero non
si tiene
più e comincia a piangere, chinando
la testa.
Dopo le parole dei delegati, è la volta
degli
artisti: due gruppi hip-hop che rappano
sulle
piccole e grandi ingiustizie che affligono
il Brasile. Tra break-dance e duetti
al microfono,
la parola passa ai versi scritti da
un poeta
che ricostruisce la parabola di questo
movimento,
da Seattle a Genova, dall'11 settembre
a
Porto Alegre. La sala però comincia
a rumoreggiare,
urla ai giornalisti che sono pigiati
sotto
il palco di sedersi. Le montagne in
nero
della vigilanza cercano di convincere
i fotografi,
i reporter e gli operatori video a
sedersi,
senza però riuscirci. Un provvidenziale
intermezzo
al ritmo dell'inno ufficiale e la tensione
si trasforma in ballo.
Viene letto il messaggio di José Saramago,
lo scandiscono lugubri colpi di tamburo.
"C'è già un codice di applicazione
pratica
della giustizia all'altezza della comprensione
di ciascuno, e questo codice è da cinquant'anni
la Dichiarazione universale dei diritti
dell'uomo,
quei trenta diritti essenziali di cui
oggi
si parla solo vagamente, o cadono sistematicamente
nel silenzio. E dico che la Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo, esattamente
così come è scritta e senza necessità
di
cambiare una virgola, potrebbe sostituire
con profitto i programmi di tutti i
partiti
politici della terra, in particolare
della
cosiddetta sinistra anchilosata in
formule
cadenti, lontane, impotenti ad affrontare
la realtà brutale del mondo".
In molti
piangono, durante l'intervento del
grande
vecchio portoghese. Porto Alegre 2002
è finita,
arrivederci a Porto Alegre 2003.
Un continente in movimento
Schiavitù, debito estero, Aids: sono alcuni
dei temi discussi al Forum di Porto Alegre
dalla delegazione africana. Composta in gran
parte da donne
MARIO PIANTA - PORTO ALEGRE
Il continente perduto, l'Africa, è riemerso
a Porto Alegre. Ha rivendicato la sua
identità,
stretto i contatti con la cultura brasiliana,
ridiscusso della schiavitù, chiesto
la cancellazione
del debito, con il tribunale d'opinione
organizzato
da Jubilee Sud, denunciato lo sterminio
prodotto
dall'Aids, che ucciderà nei prossimi
anni
la metà dei maschi di particolari fasce
d'eta
in paesi come Sudafrica e Zimbabwe.
A fare
tutto questo sono soprattutto le donne,
articolate,
esperte di mille questioni, protagoniste
dei movimenti locali, che vengono a
raccontare
qui, con i coloratissimi vestiti tradizionali,
nella babele delle lingue dei paesi
colonizzatori.
Come Aminata Traorè, ex ministra del
Mali,
che alla conferenza afro-brasiliana
ha ricordato
che "l'Africa ha bisogno della
sua memoria,
ma la sua memoria è fuori dall'Africa",
dialogando con le organizzazioni di
neri
brasiliani e degli Stati uniti. L'analisi
del presidente nigeriano della federazione
dei sindacati africani è impeccabile.
Mette
in fila le origini del neoliberismo,
il fallimento
dello sviluppo, i meccanismi del debito,
le decine di milioni di posti di lavoro
perduti
con la distruzione delle industrie
nazionali
prodotta dall'apertura dei mercati
e dalla
privatizzazione delle imprese, e propone
alternative sociali, uno sviluppo con
al
centro le persone, più democrazia,
poteri
internazionali che tornino nell'unica
sede
legittima, gli organismi delle Nazioni
unite,
naturalmente da riformare.
Il linguaggio di tutti è lo stesso
dei movimenti
degli altri continenti. Democrazia
e diritti
di cittadinanza, autonomia della società
civile, rapporto con lo stato. Una
matrona
senegalese cita Sartre sul ruolo degli
intellettuali
e sul fare politica fuori dalle istituzioni.
Di donne se ne parla di continuo. Per
una
giovane ivoriana non devono più essere
le
"guardiane della tradizione"
ma
protagoniste del cambiamento, sfidare
l'ordine
patriarcale, controllare le reti di
economia
solidale, con un'analisi che unisce
femminismo
storico e attenzione all'importanza
delle
culture. Un guineano, in un francese
impeccabile,
fa la radiografia dei conflitti africani.
"Ci sono i conflitti storici ed
etnici,
radicati nei legami dei popoli con
le diverse
potenze coloniali e che si aggravano,
come
in Ruanda, dopo le crisi economiche
e alimentari.
Ci sono i conflitti politici e tribali,
che
hanno per oggetto il controllo del
potere
degli stati. E ci sono i conflitti
economici,
per il petrolio e i diamanti, come
in Angola
e Sierra Leone, che sono in realtà
guerre
tra grandi imprese occidentali per
interposta
persona". Si mescola la consapevolezza
della propria impotenza con la determinazione
a "rompere la dipendenza da forze
esterne
ereditata e imposta all'Africa".
"Non è sempre colpa degli altri",
sottolinea un sindacalista della Costa
d'Avorio,
costringiamo i nostri stati a rispettare
le regole, la democrazia, le convenzioni
dell'Ilo sul lavoro. E critica i giovani
delle elite africane che una volta
laureati
emigrano in Europa, o gli intellettuali
che
non vivono insieme al popolo. Tutti
denunciano
il tradimento dei governi nati dalle
lotte
di liberazione nazionale, Sudafrica
compreso,
e la debolezza dei poteri statali esistenti.
"Non ci interessa prendere il
potere
statale", è il ritornello che
si sente
ovunque, tra gli africani come in tutto
il
Forum. Sofisticata nelle analisi e
attiva
nelle campagne, la società civile africana
è una vera rivelazione del Forum di
Porto
Alegre. I controvertici si moltiplicano
anche
in Africa: nel settembre scorso la
conferenza
Onu sul razzismo ha portato 6000 delegati
a Durban, centinaia erano alla conferenza
di Goree che ha condannato la schiavitù
come
crimine contro l'umanità, diecimila
persone
saranno alla conferenza di Johannesburg
sull'ambiente
dell'estate prossima. E l'appuntamento
più
recente è stato il Forum sociale africano
che si è riunito dal 5 al 9 gennaio
scorso
a Bamako, in Mali, con duecento organizzazioni
di 43 paesi. A Porto Alegre è stato
presentato
il documento finale che parla dell'11
settembre
e della guerra Usa in Afghanistan,
delle
guerre africane in Ruanda, Somalia,
Sierra
Leone e Ciad, del flagello dell'Aids
e del
ruolo dell'Europa. Ma, soprattutto,
si parla
di economia. "L'Africa dovrebbe
chiedere
la cancellazione immediata del debito
- afferma
il documento - Non solo l'Africa ha
già pagato
molte volte il debito, ma sono i paesi
dell'occidente
che hanno un debito con l'Africa, contratto
con la schiavitù e il colonialismo.
L'Africa
chiede che la questione delle riparazioni
sia affrontata seriamente alla conferenza
di Monterey in Messico sulla finanza
per
lo sviluppo" organizzata nel prossimo
marzo dalle Nazioni unite. Il testo
chiede
ai governi africani di "sviluppare
sistemi
di regole nazionali e regionali per
controllare
i movimenti di capitale" e denuncia
- un tema ricorrente negli interventi
africani
- l'illegittimità dei risultati del
vertice
di Doha, in Qatar, dell'Organizzazione
mondiale
per il commercio. Qui i paesi africani,
che
erano contrari ad accettare un nuovo
ciclo
di negoziati per la liberalizzazione,
sono
stati costretti da durissime pressioni
ad
accettare all'ultimo momento. Questa
ripresa
di parola dell'Africa ha già cambiato
l'agenda
dei movimenti globali, sul debito ad
esempio,
lanciando la più radicale richiesta
di cancellazione.
Pone i problemi del razzismo e delle
riparazioni
per la schiavitù, dà voce alle vittime
concrete
delle guerre e del sottosviluppo, una
voce
che i movimenti del Nord dovranno ascoltare
sempre più.
LIBERAZIONE
| Porto Alegre, chiude il Secondo Forum sociale
mondiale: un grande evento, dove
si sono
prodotte montagne di soluzioni
che i potenti
della terra non potranno più
ignorare |
| Porto Alegre - nostro servizio Notizie da
Berlusconia: un famoso regista
si è accorto
che il centrosinistra fa schifo.
Pare che
abbia preso la prima pagina dei
giornali.
Incredibile. Qui si è discusso
di nanotecnologie,
di agricoltura e di socialismo.
Si sono sfornati
piani di pace come fosse niente,
per mettere
a posto ogni conflitto. Sono
stati discussi
progetti per la collettivizzazione
e la razionalizzazione
dell'acqua, del petrolio, del
pesce. Si sono
fatti i conti in tasca ai militari
e ai fabbricanti
di armi per vedere dove andare
a prendere
i soldi necessari a stare tutti
un po' meglio.
Sono stati presentati nuovi modi
di amministrare
le città e perfino le nazioni
intere, e piani
per scambi commerciali meno criminali.
Ma
certamente tutto questo non vale
la prima
pagina di un giornale di Berlusconia.
Incredibile.
Incredibile è anche il fatto
che compatrioti
ed europei in genere comincino
ad ascoltare.
Zitti e attenti a pendere dalle
labbra di
un africano, di un messicano,
di un indio
chuquimia della Bolivia. Ci hanno
messo un
bel po', i biancuzzi europei,
a mandare giù
il fatto che questi sottosviluppati
del Terzo
mondo abbiano capito le cose
prima di loro.
Ammettiamolo, per giorni ci siamo
aggirati
per i luoghi che ospitavano il
Forum, sparsi
per la città, stupiti e lievemente
traumatizzati
dall'efficienza dell'organizzazione
così
come dalla concretezza dei discorsi.
E poi,
alla fine, ci siamo lasciati
travolgere dalla
corrente. Per quasi una settimana
un fiume
di gente in moto perpetuo si
è riversata
nei corridoi, nelle sale delle
conferenze,
nelle aule e fra le centiania
di bancarelle,
tavoli, pannelli esposti nei
corridoi delle
palazzine e nei giardini dell'università.
Si è mossa in un flusso compatto
e costante
- mettendosi in fila per tutto:
conferenze,
seminari e "officinias"
così come
per le scale mobili e perfino
per l'ascensore.
Poi si è ballato e cantato in
lingue sconosciute.
Poi si sono raccolti gli incoraggiamenti
della gente, per strada, negli
autobus e
nel taxi: «Mi raccomando fate
un buon lavoro:
il mondo così com'é fa davvero
schifo!».
La concretezza del movimento
Il documento
finale - promessa dell'altro
mondo possibile
- sta cominciando a girare. Raggiungerà
gli
angoli più sperduti del pianeta
volando nelle
valige dei delegati o sparato
nei byte della
rete. Ieri i delegati pakistani
e indiani,
mentre traducevano in inglese,
si ritrovavano
sintonizzati sullo stesso antiamericanismo
viscerale. E mentre i loro governanti
stanno
per nuclearizzarsi a vicenda
loro si trovano
d'accordo nel dirsi dispiaciuti
che la condanna
alla guerra non sia stata ancora
più dura.
Sarà davvero difficile riabituarsi
alla piattezza
di Berlusconia e sarà difficile
riabituarsi
a parlare e a pensare in una
sola lingua,
in senso non linguistico, intendo.
Perché
qui, ammettiamolo, si è sfiorato
un desiderio
vecchio quanto la storia della
civiltà: quello
di una lingua universale con
cui accedere
alle differenze, per costruire
un mondo di
pace. E quanta spasmodica curiosità,
in questi
giorni, quanta fretta di farsi
raccontare,
di capire, di confrontare incommensurabili
differenze e inaspettate somiglianze.
«Se
ti rilassi» dice un militante
italiano-parlante
«le barriere cadono e piano piano
cominci
a capire...» e gli interventi
si fanno più
brevi, più concreti - bella cura
per gli
italiani... Sarà forse per questo
che litigiosi
partiti e litigiose organizzazioni
sono riuscite
a trovare un accordo su questioni
globali
ma estremamente concrete, alla
faccia di
chi accusa il movimento di mancanza
di concretezza.
Così, dopo qualche giorno si
parla sempre
più confusalese - una mistura
infernale a
forte prevalenza ispanica, con
un tot di
inglese e un tot di portoghese.
E ci si sbraccia,
parecchio, mimando quando la
lingua ti abbandona.
Ed è in confusalese che si continua
a discutere
- ininterrottamente a colazione,
per strada,
nei ristoranti, con i taxisti,
in autobus
- un flusso continuo ed esaltante
di parole,
un tentativo costante di trovare
il modo
di capirsi col sindacalista brasiliano
come
con l'indio chapaneco, con la
matrona kenyota
come con la coreana con la telecamera
ultimo
grido. Una banca dati sterminata
Siamo pazzi,
pensi, in questa ambizione sconfinata
che
non vuole limitarsi a smascherare
i rapporti
di forza e di potere, di corruzione
e di
violenza che si celano dietro
alle patinate
notizie del quieto vivere. L'ambizione
si
spinge addirittura a proporre
soluzioni -
sulla salute mentale, sul riciclaggio,
sulla
bonifica delle zone inquinate,
sull'educazione
infantile, sull'abbattimento
delle barriere
architettoniche... - con una
presunzione
troppo esaltante per essere colpevole
ma,
soprattutto troppo efficiente
per essere
ingenua. Qui si sono prodotte
soluzioni -
una montagna di soluzioni - con
cui i padroni
del mondo dovranno fare i conti.
Anche se
continueranno a ignorare - meglio
dire nascondere
- il movimento nei loro media,
nessuno potrà
più dire "... e come altro
si può fare?
" senza sbattere contro
un monolitico
"COSI" documentato,
accessoriato
e radicato nelle comunità. Lo
sanno bene
quelli delle istituzioni globali
che quando
hanno bisogno di materiale serio
- ogni tanto
bisogna pure giustificare la
propria esistenza
- è da queste parti che vengono
a pescare,
e non certo fra gli scandalosi
piani fatti
in serie del Fondo Monetario
o della Banca
Mondiale. Il realismo del Terzo
mondo E mentre
tu stai li, a costruire l'altro
mondo possibile
a un certo punto il Brasile arriva.
Nel morto
ammazzato davanti all'entrata,
nell'assalto
paramilitare alla sede del sindacato.
E nella
capoeira dei ragazzi delle periferie
che
si sfidano nei giardini della
Puc e poi chiedono
soldi girando tra la gente. Una
società violenta,
quella brasiliana, che ricorda
l'Italia degli
anni Settanta con il suo incredibile
fermento
intellettuale e il susseguirsi
di sequestri
e rapine quasi giornaliero. Del
fermento
intellettuale bisogna soprattutto
ringraziare
una classe di accademici come
dalle nostre
parti non se ne vedono, appunto,
da almeno
trent'anni: impegnati e preparati,
sulla
cresta dell'onda, anzi, della
marea montante
che sta cambiando il mondo. Perché,
una cosa
è certa, qui qualcosa è successo.
Nessuno
che sia stato qui in questi giorni
potrebbe
mettere in dubbio di avere assistito
a un
avvenimento storico. Se mai vengono
i brividi
a immaginare a che livello di
scontro si
può arrivare quando, come oggi,
la possibilità
del cambiamento diventa qualcosa
di reale
che potrebbe toccare tutti i
poteri forti
e gli interessi in ogni angolo
del pianeta.
Si tratta di qualcosa a cui probabilmente
noi europei siamo meno preparati,
rispetto
ai compagni di strada che sulla
linea del
fronte - il Terzo mondo - ci
vivono. Ma oggi,
in questa mattina - qui - d'estate,
non è
il momento di pensare a queste
cose. Oggi
c'é la festa finale e nel "pollaio"
della sala stampa si muore di
caldo. Fuori
la gente balla fra le bandiere
che sventolano
- brasiliana, argentina, dei
Sem terra. Sul
palco la bandiera di Attac, l'arcobaleno
dei gay, la bandiera palestinese
e quella
israeliana. Si balla sul palco,
tenendosi
per mano. Si balla nell'enorme
sala, formando
girotondi complicati che s'incrociano
uno
con l'altro. Si balla un samba
lento e un
po' triste. Molti si abbracciano,
in parecchi
piangono e perfino i giornalisti
hanno gli
occhi lucidi. Nei girotondi brasiliane
di
mezza età eseguono complicati
passi insieme
agli indios con i copricapi di
piume. Gli
africani seguono bene. Gli angosassoni
inciampano,
gli ispanici e gli italiani se
la cavano
un po' meglio. Ma ci stiamo lavorando,
ci
stiamo lavorando... |
|