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Rassegna stampa su Porto Alegre 2002

6 febbraio 2002

Repubblica

Porto Alegre, addio fra le danze il Social Forum finisce in festa Sessantamila persone intervenute, neanche un vetro rotto C'erano oltre 15 mila delegati giunti da 123 diversi paesi In bilancio 28 grandi conferenze più un centinaio di seminari Oltre 3000 giornalisti di 48 nazioni hanno seguito i lavori del vertice A rappresentare l'Italia membri dei Ds, Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani
DAL NOSTRO INVIATO
FABRIZIO RAVELLI

PORTO ALEGRE - Discorsi, ringraziamenti, buoni propositi, soddisfazione, appuntamento all'anno venturo. Ma come può davvero finire questo secondo Forum sociale e mondiale, visto che siamo in Brasile? In musica e balli, qui nell'Università pontificia dove hanno tolto le pareti per ricavare un unico, immenso salone, saranno 4 mila persone che ballano, in una clima di festa e felicità collettiva. Una scena assolutamente fuori dall'ordinario, come sono stati questi sei giorni. Balla, in completo grigio e cravatta, il baffutissimo governatore Olivio Dutro, avvinghiando sul palco la cantante Lia de Itamaracà, una signora nera sopra i sessant'anni, stella del Carnevale di Olinda e della musica ciranda. Ballano tutti, sul palco e in sala. Ministri, professori, contadini, indios, hostess, giornalisti, guardie del corpo, delegati, conferenzieri, vecchi e bambini. Una ragazza brasiliana vistosamente incinta balla sul palco con la pancia nuda fuori dai pantaloni, come usa qui.
Uno spettacolo a parte, per gli italiani presenti, è rappresentato dal ballo di Vittorio Agnoletto. Il medico del lavoro, l'esperto di Aids, il torrenziale portavoce del movimento italiano, oggi si fa contagiare dall'atmosfera e si diverte come un bambino occhialuto. Identico a Woody Allen. Assolutamente negato alla danza, ma pieno di entusiasmo. Butta le gambe di qua e di là, suda, ride, e sventola una bandiera italiana. Sopra c'è scritto: "Articolo 11 della Costituzione: l'Italia ripudia la guerra, ma i suoi governi no". Gliel'ha allungata Camilla Lattanzi, una ragazza del Firenze Social Forum, che se l'era portata da casa.
Balla Agnoletto avvolto nel tricolore, e con lui una ragazza con la bandiera israeliana, uno con quella palestinese, una delle Madri di Plaza de Mayo. Costringono a salire anche Haidi Giuliani, che è piuttosto commossa: non balla, batte le mani. L'orchestra pesta sui tamburi e soffia nei tromboni, la sala è una bolgia sudata e trionfante. Tre quarti d'ora di danze, mica cinque minuti. E quando smette la musica, i brasiliani protestano: "Porqué acabò, acabò porqué", perché avete smesso. E così doveva finire, questo Forum, per dare l'ultimo sfogo all'entusiasmo lungo sei giorni, per far vedere che questa miscela di gente da tutto il mondo è qualcosa di diverso da un partito a congresso.
L'organizzazione diffonde i numeri del Forum. Cinquanta o 60 mila persone hanno affollato Porto Alegre per una settimana, senza che un solo vetro finisse in frantumi, senza una rissa né un atto di violenza, in assoluta tranquillità. Solo quelli registrati dal Comitato, erano 35 mila, al campeggio dei giovani intitolato a Carlo Giuliani hanno dormito, ballato e cantato in 15 mila venuti da 52 paesi. I delegati erano 15.084, da 123 paesi del mondo, in rappresentanza di 5 mila organizzazioni. Si sono tenute 28 grandi conferenze ufficiali, 100 seminari, più di 700 incontri. C'erano 3054 giornalisti di 48 paesi. Hanno partecipato al loro Forum 613 parlamentari accreditati, più 157 invitati e 61 osservatori. Per l'Italia c'erano esponenti di Rifondazione, Verdi, Ds, Comunisti italiani. La delegazione italiana al Forum (con 694 membri) era la più numerosa dopo quella brasiliana (6503) e prima di quella francese (533). Dagli Stati Uniti sono arrivati in 357.
Sono i numeri di una convention tre volte più grande di quella dell'anno passato. L'organizzazione è stata di una efficienza assoluta, e straordinariamente gentile. Il Comune di Porto Alegre e lo Stato di Rio Grande do Sul hanno investito in questo Forum una somma consistente (l'equivalente di circa 3 milioni di euro, in parte ripagati dalle quote sborsate dai delegati, e con una forte ricaduta sugli affari di alberghi, ristoranti, taxi, negozi), e ne hanno fatto l'evento assoluto della vita di Porto Alegre per mesi. Hanno vinto la scommessa organizzativa, e il PT (partito dei lavoratori) ci ha guadagnato in popolarità in vista delle elezioni presidenziali di ottobre.
Dal Forum il movimento mondiale esce, vista l'esplosione dei numeri e del peso politico, con l'obbligo di darsi forme strutturali più definite. Quello italiano terrà il 2 e 3 di marzo (probabilmente a Bologna) la sua assemblea nazionale, e per novembre si prepara a ospitare il Forum europeo (città candidate Firenze, Napoli, Venezia, forse Ancona). "Dovremo darci una struttura - annuncia Agnoletto - sottoscrivendo un patto di lavoro, e dividendoci in gruppi che organizzino le varie scadenze. Non saremo mai un partito, tengo a precisare. Da questo Forum il movimento esce con la consapevolezza di essere un soggetto sulla scena mondiale, che nessuna grande istituzione può più trascurare". Suda ancora per le danze, ma è rientrato nel ruolo.
In platea si abbracciano preti missionari, casalinghe argentine, l'indiocolombiano che durante la cerimonia ha suonato ai quattro punti cardinali la sua conchiglia, indiani in sari arancione che fanno scuola di yoga nelle favelas, strenui militanti dell'esperanto con striscione, guevaristi attempati. Gli altoparlanti risuonano per l'ennesima volta la sigla del Forum: "Aquí um outro mundo è possível". José Saramago ha mandato un messaggio, che viene letto da tre ragazzi. La speaker Mara Régia dice che qui a Porto Alegre stanno già "carregando no peito a saudade": comincia già a mancargli questo fenomenale circo dell'altro mondo.


Parla Ignacio Ramonet, fondatore del controvertice sociale "Appuntamento in Italia sarà la rivincita dopo Genova" L'INTERVISTA contro berlusconi Sarà un'occasione di solidarietà politica contro l'orrido trio del governo italiano DAL NOSTRO INVIATO
ANAIS GINORI

PORTO ALEGRE - Il Forum sociale mondiale è in parte una sua creatura. Suo anche lo slogan "Un altro mondo è possibile" lanciato su Le Monde diplomatique, il giornale che dirige. L'anno scorso, Ignacio Ramonet aveva definito il raduno brasiliano una "internazionale ribelle". Adesso, con 60mila persone riunite e la previsione di nuove edizioni in Europa e Asia, rivede la sua definizione: "E' un grande parlamento dei popoli dice Rappresenta cinque miliardi di persone: i poveri e gli oppressi della terra". Ramonet, nato in Spagna nel 1943, è un intellettuale militante. Ha seguito la carovana zapatista scrivendo poi un libro sul subcomandante Marcos. Ha partecipato alla fondazione di Attac, l'associazione francese per la Tassa Tobin che oggi ha sede in quaranta paesi, tra cui l'Italia. E' insomma uno che nel nuovo movimento antiglobalizzazione ha potere. "Per carità, non diciamo così. Nessuno di noi ambisce al potere".
Litigare per organizzare il primo forum sociale europeo, come hanno fatto francesi e italiani, non è una logica di potere?
"Ma no, nessun conflitto. Ci sarebbe piaciuto che la riunione di novembre fosse a Parigi. Poi la delegazione francese ha fatto un passo indietro: l'Italia meritava una rivincita".
Rivincita per cosa?
"Il movimento italiano è stato umiliato e ferito durante le giornate di Genova. Organizzare un incontro sul modello di Porto Alegre permette ai militanti di mostrare un'altra immagine al mondo, il volto delle proposte".
Vogliamo dire che è stato un beau geste da parte vostra?
"Anche. Ma siamo anche franchi: venire in Italia è diventata ormai una questione di solidarietà politica. Il governo, questo orrido trio formato da BerlusconiBossiFini, è un emblema di degenerazione democratica. E questo rafforza la protesta sociale, per questo il movimento italiano è destinato a un grande futuro".
Lei continua a parlare di "movimento": che intende?
"Gente che ha detto basta con l'ingiustizia, l'ineguaglianza e i limiti alle libertà imposti dall'attuale sistema globale".
Gente di sinistra?
"Sinistra nel senso che recupera questi tre valori: giustizia, eguaglianza, libertà. Ma lo ripeto: nessuno a Porto Alegre vuole il potere e i politici non sono benvenuti".
Già: non è miope tenere a distanza chi governa?
"Ma chi governa esattamente oggi? Blair e Bush governano? Il potere reale è altrove, in mano alle multinazionali, alle istituzioni finanziarie. Nei prossimi mesi continueremo a stilare un catalogo di lamentele ma anche di proposte ed esperienze alternative. Ai politici decidere: se contaminarsi o no dalla nostra rivoluzione silenziosa".
Silenziosa? Sono due anni che assistiamo a una protesta dopo l'altra.
"La fase delle manifestazioni è esplosa a Seattle e continuerà. Ma dal 2001, con la prima edizione di Porto Alegre, si è aperta un'altra fase: dalla protesta "contro" a un'azione "a favore"".
Di chi?
"A favore delle idee: queste sì che sono il nostro grande potere".




IL MANIFESTO

PORTO ALEGRE
Sotto le stelle del forum
MANUEL VA'ZQUEZ MONTALBA'N

Rosso e verde. Tutta la gamma del rosso e quasi tutta quella del verde dominano il paesaggio urbano di Porto Alegre, la capitale dello stato del Rìo Grande do Sul, dove il Pt (Partito dei lavoratori) fa le prove di democrazia partecipativa nonostante le limitazioni centraliste imposte dalla Costituzione brasiliana. Lula, il capo del partito, può diventare presidente del Brasile e salutandolo mi felicito per i quarant'anni di battaglia sui fronti più duri della lotta di classe del XX secolo. A Porto Alegre, un milione e mezzo di cittadini approfittano della possibilità di decidere come distribuire il bilancio e si nota. Qui il degrado del paesaggio umano e urbano comune a tutti i paesi sottosviluppati non ti ferisce lo sguardo e cinquantamila attori interpretano la grande rappresentazione del Forum sociale, una replica dei globalizzati e globalizzatori che si riunivano a Davos (Svizzera) e quest'anno lo hanno fatto a New York. In un anno, il Forum sociale ha segnato un'importante affermazione mentre il Forum economico di Davos o New York si è sviluppato all'ombra della destabilizzazione economica e dello scandaloso affondamento dell'esperienza neoliberale in Argentina.
Potremmo parlare di una Teologia neoliberale rivelata da qualche Dio importante in qualcuna delle montagne sacre dell'immaginario capitalista: il Sinai, Davos, il monte Pellegrino? Certo è che la Cnn nell'edizione latinoamericana si è dedicata in questi giorni a esaltare il foro di New York, quello dei ricchi, e a minimizzare quello degli antagonisti, di Porto Alegre, anche se 2.500 giornalisti hanno occupato la città brasiliana, alcuni attratti e alcuni sconcertati, come se fossero venuti a vedere la partita di inizio del millennio della Champions League della Globalizzazione: Globalizzati contro Globalizzatori.
Qui sono stati Ignacio Ramonet, Bernard Cassen, Riccardo Petrella, Francisco Whitaker, Susan George, i frati Houtart e Betto, Leonardo Boff, José Bové, Rosario Ibarra, Gonzàlez Casanova, Noam Chomsky, Rigoberta Menchu, Pérez Esquivel, James Petras, Roberto Savio, il giudice Garzòn, Vidal Beneyo. Una sorta di selezione di professori, intellettuali, attivisti dello spirito che hanno qualcosa da dire al ricettore occidentale, ma anche prime figure della contestazione africana, giapponese o hindu che formano un'assise della critica alla globalizzazione. Qui si sono manifestate organizzazioni che vanno dalle donne contadine del Brasile fino al sempre più potente Attac - il movimento presieduto dal professor Bernard Cassen che chiede l'applicazione della Tobin tax, imposta sul capitalismo speculativo che contribuirebbe a superare il deficit economico del mondo sottosviluppato. Se si parla di Attac come movimento sociale in espansione in tutto il mondo, non si deve dimenticare il suo legame con Le Monde diplomatique, il mensile francese diretto dal gallego-tangerino Ignacio Ramonet che è forse stato il più forte vincolo culturale, quasi organico, dell'antiglobalizzazione.
Sorprendente il numero di politici e parlamentari europei giunti a Porto Alegre per lo stesso motivo per cui il poeta spagnolo Blas de Otere se ne andò in Cina ai tempi del franchismo: "...per orientarmi un po'...". La stampa francese ha scritto che molti dei suoi politici più importanti si sono interessati di Porto Alegre por motivi elettorali, perché il Forum sociale ha superato nelle aspettative il Forum economico. Qui c'era per esempio Hollander, l'erede di Jospin, oltre alla presenza della vedova di Mitterrand con la quale ci salutiamo con una segreta complicità: ci incontriamo in quasi tutti i convegni della via crucis del progressismo globale. Anche Giscard d'Estaing era interessato a inviare osservatori e in cambio gli organizzatori del Forum hanno raccomandato a Castro di non presentarsi, per non tingere di castrismo questo embrione internazionale alternativo ai signori della globalizzazione. Ma tra i 50.000 interpreti di questa festa della sinistra rossa e verde, ci sono quelli che considerano dei loro quanti continuano a praticare la lotta armata, come anche quelli che non vedono altra strada per la sinistra che l'occupazione critica della globalizzazione, qualcosa di simile alla pratica della formula berlingueriana di entrare nelle istituzioni democratiche, ma praticare anche la pressione sociale. Partito di lotta, partito di governo, diceva Berlinguer e ora non si può parlare di Partito perché questa nuova sinistra che passa per Seattle, Porto Alegre, Praga, Barcellona e Genova è plurale e nello stesso tempo post e pre, post comunista o post socialista o post anarchica e il pre sta cercando la parola che lo accompagni, ma senza dubbio è un derivato del verbo trasformare. Un accampamento per giovani universitari coesiste con l'Università cattolica dove si svolgono i principali eventi, e lì è apparso agli uomini Chomsky per comunicare loro che un nuovo bellicismo si avvicina e non per risolvere alcunché, bensì per fornire una via d'uscita all'industria bellica che controlla sempre di più i meccanismi di decisione politica dell'amministrazione nordamericana.
Tra gli invitati le stelle rutilanti erano Chosmky e Saramago e noi altri completavamo il sistema planetario della galassia contestataria. Chomsky appartiene a quella setta di intellettuali annunciati che non arrivano, invece quest'anno si è presentato con il suo look e le maniere da saggio democratico e gioviale che diffonde fiducia e interesse umano. Il suo discorso era simile a quello che ha scritto nel suo ultimo libro sull'11 settembre del 2001, una inquietante profezia sul nuovo bellicismo, che modifica l'opzione tra Davos e Porto Alegre aggiungendo l'elemento di Guantanamo, come metafora di un globo vigilato dalle garitte nordamericane. Sono stato al suo fianco a lato del palco durante la festa di inagurazione e il saggio dal volto pallido assorbiva lo splendore della festa rossa e verde, circondato da un fervore che forse non si aspettava. E' che Porto Alegre ha riflesso soprattutto in questa convocazione del 2002, la rinascita della speranza di quella sinistra plurale che era uscita depressa dal secolo XX e che si è trovata con nuove reti giovani, emancipatrici che si agitano in internet e si mettono in cammino per studiare i limiti del villaggio globale.
Interessante vivere questa esperienza a lato dei gruppi che hanno giocato un importante e insospettato ruolo nella rinascita della fiducia critica, come sono i quasi militanti di Le Monde diplomatique e i sempre più numerosi militanti di Attac. Ottocento riunioni di seminari in quattro giorni hanno affrontato tutto l'inventario dei deficit del mondo che rivelano il fallimento emancipatorio e portatore di felicità che preconizzava la proposta capitalista. Si è detto che all'inizio del XXI secolo il 20 per cento della popolazione mondiale dei paesi ricchi dispone di entrate dell'82 per cento in più dello stesso 20 per cento dei ricchi dei paesi poveri, e stiamo parlando di ricchi assoluti o relativi. Il fatto è che un terzo della popolazione mondiale non ingerisce sufficienti calorie e proteine e si sa che basterebbe utilizzare il 4 per cento della ricchezza accumulata dalle 225 maggiori fortune del mondo perché tutta la popolazione del globo avesse la possibilità di soddisfare le necessità di base: alimentazione, acqua potabile, educazione e sanità. Sono dati delle Nazioni unite ottenuti in questi momenti di riposo nei quali l'Onu si converte in semplice contemplatrice degli eccessi bellici della Nato come ostaggio degli Stati uniti, veri gendarmi della globalizzazione. Scriveva Ignacio Ramonet che nella sua fase ultraliberale, il capitalismo trasforma in merce tutto quello che tocca, disintegra le antiche comunità "... e disperde le esistenti in una moltitudine solitaria...".
50.000 persone arrivate da tutte le parti del mondo - alcuni in autocarro dal Cile - hanno costituito una moltitudine molto unita che protestava e costruiva reti che creano libertà, proposte di cambiamento nelle regole del gioco della globalizzazione e non solo in campo economico, ma anche politico e culturale, in modo particolare nel sapere che si trasmette mediante l'informazione. Per una politica democratica e partecipativa, per una cultura che rispetti le differenze e per una informazione che gerarchizzi i valori delle notizie e non le trasformi in semplici merci. Le necessità come obiettivi, non il mercato come un dio indiscutibile o una patria nella quale la maggioranza non ha altro spazio che i sotterranei.
Se Chomsky è stata la stella invitata che ha dato senso all'inaugurazione, Saramago ha chiuso il Forum a distanza. Attraverso la televisione, il premio Nobel ha parlato alla moltitudine non solitaria ma solidale di Porto Alegre, disposta a essere moltitudine globale capace di convertire le sue certezze in energia storica del cambiamento. Nei dibattiti si è parlato anche di chi è il soggetto storico del cambiamento che eredita le funzioni canoniche della classe operaia e bastava contemplare gli attori di questa rappresentazione, niente meno che l'origine di una nuova internazionale segnata dalla cultura del necessario, per scoprire che il soggetto in fase di costruzione è plurale. E allo scoprirlo, il soggetto plurirosso e pluriverde ha recuperato la fiducia che sia possibile l'azione e la speranza, l'incontro alla fine del regno della libertà e del regno della necessità.

Un parlamento per i popoli
Porto Alegre, il bilancio di Ignacio Ramonet: dal forum un appello morale, i cahiers de doleance dell'umanità. I potenti ci ascoltino
ANGELA PASCUCCI - INVIATA A PORTO ALEGRE

"Pensa, discuti, agisci. Ottieni il possibile". Lo slogan campeggia su uno dei grandi tabelloni disseminati per le grandi sale dell'Università cattolica, spazzata dai flussi umani di decine di migliaia di persone che come stormi si riuniscono, si allargano, scompaiono nelle grandi sale e nelle piccole aule, si riversano sui prati e nei viali del campus per discutere, manifestare, cantare, ballare, comprare.
Seguire tutto è impossibile, scegliere è un dispiacere, un'occasione mancata. C'è un aspetto un po' "giungla" in tutto questo. Cosí lo definisce Ignacio Ramonet, emerso da un seminario su "Democrazia e Comunicazione" dove oltre 500 persone, la maggior parte giovanissime, si sono accalcate per oltre tre ore in un'aula troppo piccola, zeppa come un autobus in un'ora di punta. Ma al di là di questo disordine irrazionale, la forza di questo Forum, dice il direttore di Le Monde diplomatique, giornale che fa parte del comitato organizzatore, si impone di per sé: "E l'effetto di vigore, energia, forza che dà, dimostra che questo evento era indispensabile allo stato del mondo oggi". Ramonet riflette e continua: "E pensare che dopo l'11 settembre i responsabili del Forum si erano chiesti se non fosse meglio annullarlo, perché l'atmosfera politica che si era creata, di criminalizzazione del movimento di protesta parlava di un fronte dei provocatori che si sarebbe riunito qui. Ma oggi vediamo quanto fosse necessario mantenerlo. Perché è evidente che qui si ritrova il mondo esattamente com'è, in tutta la sua realtà, una realtà non molto differente da quella che c'era prima dell'11 settembre. C'è sempre la questione del debito, dei paradisi fiscali, del degrado ambientale, dell'emancipazione delle donne, dei bambini ridotti in schiavitù. Se facciamo un paragone con il Forum dello scorso anno - spiega il direttore di Le monde diplomatique - e vediamo quanto si è moltiplicato, si capisce meglio quello che è avvenuto al movimento della protesta con Seattle".
Ramonet ripercorre in pochi secondi l'"album fotografico" di quello che a tutti gli effetti è ormai un movimento globale: "Fino alle manifestazioni di Seattle, nel '99, nessuno aveva protestato, a parte il sub comandante Marcos in Chiapas. Poi c'è stata Seattle e la protesta ha preso il via. Dopo è venuta Praga, quindi Washington, Quebec, Genova. La protesta è diventata una manifestazione dell'agire politico attuale. Già dal primo appuntamento a Porto Alegre ci siamo resi conto che il Forum era diventato una manifestazione obbligatoria della vita politica internazionale. Quello che oggi viene fuori con ancor più evidenza è che è necessario, su scala mondiale, un luogo dove le associazioni, i sindacati, le ong, i movimenti della società vengano a denunciare le sofferenze e le ingiustizie, e come queste si determinano. L'Onu non è certo questo luogo. Qui a Porto Alegre assistiamo alla nascita di una sorta di società delle società. Un Forum dei popoli, un'organizzazione delle società unite. In un certo senso, il Forum é come un parlamento".
Ma il Parlamento ha un potere istituzionale riconosciuto. Che tipo di potere ha il Forum ?

Un potere morale. Penso che non si possa auspicare nessun altro tipo di potere. Qui vengono esposti i mali dell'umanità. Qui abbiamo i cahiers de doleance, come li aveva la Rivoluzione francese. Passando da un seminario all'altro, vediamo migliaia di persone riunite a discutere di tutto quello che non funziona: acqua, istruzione, lavoro, ambiente, le grandi città, la salute etc. Un catalogo di tutto quello che non funziona. E' una sorta di appello morale ai padroni del mondo, per inchiodarli alle loro responsabilità.

In un articolo pubblicato da El Pais, "Il consensus di Porto Alegre", tu hai scritto che da questo Forum dovrebbe uscire una proposta concreta per andare oltre la denuncia e agire.

Io lo penso, ma non è la via scelta dal consiglio dei responsabili del Forum, i quali pensano che le lotte sono talmente disperse che ogni catalogo dovrebbe gerarchizzare, stabilire delle priorità. E allora chi va al primo posto, chi va al quinto, chi all'ultimo? Di conseguenza si creerebbero tensioni, malcontento. Ciò spezzerebbe l'unità del movimento. Ma ci sono quattro o cinque idee che tutto il mondo condivide. Il debito, ad esempio. Tutti sono d'accordo per annullarlo, è immorale. Ma anche i paradisi fiscali, la tassa Tobin, gli organismi geneticamente modificati, la questione dell'acqua, la sicurezza degli alimenti, l'emancipazione della donna, i bambini schiavi, l'istruzione. Ci sono una decina di temi che si ricorrono, in un modo o nell'altro, nel dibattito e che costituiscono una sorta di decalogo. E' questo quello che io definisco il consensus di Porto Alegre.

Da una parte vediamo il fronte di quelli che tu chiami "i padroni del mondo" che, pur diviso dalle crescenti contraddizioni del sistema, si allea e si unisce per combattere e stroncare il movimento di opposizone che avanza, avendone peraltro tutti gli strumenti e le organizzazioni (polizia, esercito, spionaggio). Un fronte che risolve i suoi problemi con la guerra. E dall'altra parte c'è invece un movimento che ha fatto in qualche modo della diversità la sua forza e che non ha ancora alcuna organizzazione propria. Non pensi che sia in corso un processo che in qualche modo costringe ad accelerare i tempi della concretezza?

Credo che questo movimento debba assumere una grande forza etica, un ascendente, un potere morale. Deve imporsi così tanto per la forza delle sue rivendicazioni e del suo umanesimo, da disarmare i suoi avversari. Ma l'avversario resta ovviamente molto attento al fondo del problema, che tuttavia non può essere risolto con lo scontro. Questo movimento ne sarebbe scombussolato, danneggiato. Dopo tutto, gli altri sono molto deboli. Guardiamo l'Argentina, dimostrazione matematica del fallimento della soluzione del Fondo monetario internazionale. Abbiamo assistito alla bancarotta della Enron, che è anche il fallimento delle società di certificazione come la Andersen, che tengono in piedi l'intero sistema. Un sistema che non è più sicuro di sé, che tira fuori le armi per fare la guerra in Afghanistan perché è stato attaccato al suo interno, negli Stati uniti. E le sole soluzioni che propone ai suoi problemi sono militarizzate, anche contro la contestazione. Genova è stata l'immagine della risposta militarizzata del potere a una manifestazione che al 99% era assolutamente pacifica. Quello che avviene dopo l'11 settembre è che la globalizzazione, che fino a quel momento aveva proceduto con un volto amichevole e accompagnata da un discorso, in realtà un'ideologia, secondo il quale si preparavano nuove, definitive soluzioni ai problemi del mondo, dopo quella data ha tirato fuori un apparato di sicurezza: l'esercito degli Stati uniti, la Nato. Vale a dire una macchina da guerra capace di portare guerra in tutti gli angoli della terra, e non solo con gli eserciti ma anche con la polizia, lo spionaggio, i servizi etc. Un sistema di sicurezza con cui attaccare tutti gli avversari, sia quelli irrazionali e violenti che noi condanniamo, coma Al Qaeda e bin Laden che non è certo anti globalizzazione ma anti Stati uniti, sia il movimento di protesta che smonta nel modo più intelligente l'attuale processo di globalizzazione. Un movimento che, soprattutto, dice ai governanti che non basta essere eletti democraticamente ogni quattro o cinque anni, per avere legittimità, ma che bisogna governare democraticamente per tutto il tempo. E cioè che bisogna trovare il modo di consultare e coinvolgere i governati quando si prendono decisioni che possono cambiare la loro vita e quella del resto dell'umanità


Arrivederci a Porto Alegre
BENEDETTO VECCHI e ROBERTO ZANINI - INVIATI A PORTO ALEGRE

Che dire del governatore del Rio Grande do Sul che balla con competenza un mambo, tendendo per mano due signori che hanno qualche difficoltà a muovere a ritmo le gambe? E' il segnale che la seconda edizione del Forum sociale mondiale è giunta alla conclusione. L'edificio centrale della Pontificia università cattolica è pieno all'inverosimile, megaschermi rilanciano l'happening finale in centro, nel parco Pôr-do-sol e nel campeggio Giuliani. Molti hanno le lacrime agli occhi e cantano l'inno ufficiale del forum, che ripete che "un altro mondo e' possibile, se la gente lo vuole". Altri sventolano bandiere del Pt o dell'Argentina o dei Sem Terra, oppure dell'Uruguay. C'è chi ha la kefiah al collo, altri indossano gli abiti tradizionali indigeni. E' una manifestazione che trasuda orgoglio, speranza, la certezza che il lungo inverno del neoliberismo è finito davvero, anche se il cantiere in costruzione di un altro mondo possibile è pieno di insidie.
La prima sta proprio nell'agenda degli appuntamenti, regionali, nazionali, continentale e mondiale approvata dal forum dei movimenti sociale. Non c'è mese che non ci sia un qualche appuntamento da preparare, per manifestare l'opposizione all'Accordo del libero commercio delle Americhe, per contestare i vertici dell'Unione europea o l'incontro internazionale sull'alimentazione a Roma. E per chiamare a raccolta i movimenti sociali a livello continentale (la candidatura italiana per il forum sociale europeo è stata accolta dal consiglio internazionale, è quasi sicuro che si farà a Firenze). Il rischio è che l'organizzazione di questi appuntamenti "vampirizzi" tutte le forze del movimento a scapito delle campagne, le iniziative che riguardano la battaglia contro la privatizzazione dell'acqua, la sperimentazione di uno sviluppo locale ecologicamente compatibile, la precarizzazione dei rapporti di lavoro. All'orizzonte c'è anche la possibilità che i portavoce negli appuntamenti internazionali si trasformino in una sorta di funzionariato itinerante, possibilità che nuocerebbe non poco alla pratica democratica di questo movimento. La terza insidia risiede in quella tensione tra la dimensione locale e la dimensione globale, che potrebbe portare a rinchiudersi nel particolare.
Infine, un nodo che si è formato giorno dopo giorno. In ogni momento di discussioni sono emersi filoni di pensiero che rispecchiano un dualismo tra Nord e Sud del mondo che potrebbe costituire un impedimento alla crescita del movimento. Finora, la strada perseguita per superarlo sono state le campagne internazionali, ma quando si arriva alla stesura di documenti, il dualismo rimerge. Si è visto sul documento conclusivo sul lavoro, quando l'accezione "lavoro decente" ha lasciato scontenti i sindacalisti del Nord, oppure sulla proposta di tassare le transazioni finanziarie o di quali misure proporre per condannare le grandi corporation che violano i diritti civili e sociali non solo della forza-lavoro, ma anche delle popolazioni locali. E quello che va bene per un tedesco può essere una nuova gabbia per una filippina.
Un bilancio di quello che è stato, comunque, un grandissimo appuntamento antiliberista - e, per la prima volta, chiuso con un buon documento politico? Il suo elefantismo, ad esempio, il programmone di 150 pagine in cui molte cose hanno finito per annegare, salvando solo le stelle di primissima grandezza (Chomsky, ad esempio) e scolorendo molti appuntamenti in una sei-giorni impossibile da marcare. E le mille attenzioni del padrone di casa, il Brasile: preso nella campagna presidenziale di Lula, il Pt ha esercitato un gigantesco sforzo organizzativo (ottimo) e una gigantesca attenzione a non far succedere nulla che potesse essere attaccato dalla stampa di destra (pessimo). Così ad esempio la stella del precedente forum, José Bové, è stato praticamente murato vivo nella hall dell'Hotel Plaza e doveva stare attento anche a dove metteva i piedi. E nello spostamento dell'intervento di Chomsky (cinquemila persone gabbate e furiose in un gigantesco stanzone, non una bella scena) si sospetta lo zampino dell'organizzazione, che doveva offrire a Lula il posto accanto al nuovo guru ufficiale del movimento.
Ma è la giornata conclusiva e per alcune ore timori e problemi possono essere messi da parte. Con orgoglio, dal palco vengono ripetute le cifre di questo incontro: contando tutto, quasi settantamila persone hanno preso parte al Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Più di quattromila associazioni, gruppi, sindacati accreditati da tutti e cinque i continenti (in questa settimana sono stati presenti oltre 15.000 delegati da 154 paesi). E la babele di colori e lingue può salire sul palco, dopo che ha "attraversato" le 128 conferenze, i 100 seminari e i settecento workshop "ufficiali", senza dimenticare quelli "autogestiti" dal campo della gioventù, dagli istituti internazionali e dalle organizzazioni non governative.
La regia che presiede a questa ultima assemblea è inflessibile nel seguire il palinsesto previsto. Sul palco sono chiamati i delegati del consiglio internazionale, salutati da un boato e da applausi che ricordano più una curva dello stadio che una riunione politica. Sono proprio loro che aprono l'assemblea, raccontando di lotte per la dignidad, di umiliazioni e di genocidi in atto. Il primo momento che fa scorrere qualche lacrima lo offre una indigena, che illustra la sofferenza di chi, nel migliore dei casi, è trattato come un panda da preservare dall'inevitabile sviluppo economico. Viene dall'Ecuador, dove le popolazioni indigene, oltre a un quotidiano razzismo, hanno sulla pelle anche le stigmate della dolarizacion del paese, che sta cancellando le loro piccole, ma indispensabili economie di sussistenza. L'intervento dello sciamano colombiano è brevissimo. Chiede un po' di silenzio per un rito propiziatorio. Suonando una grande conchiglia, saluta madre terra e tutti gli uomini e donne della sala, che risponde con rispetto, mentre un giovene nero non si tiene più e comincia a piangere, chinando la testa.
Dopo le parole dei delegati, è la volta degli artisti: due gruppi hip-hop che rappano sulle piccole e grandi ingiustizie che affligono il Brasile. Tra break-dance e duetti al microfono, la parola passa ai versi scritti da un poeta che ricostruisce la parabola di questo movimento, da Seattle a Genova, dall'11 settembre a Porto Alegre. La sala però comincia a rumoreggiare, urla ai giornalisti che sono pigiati sotto il palco di sedersi. Le montagne in nero della vigilanza cercano di convincere i fotografi, i reporter e gli operatori video a sedersi, senza però riuscirci. Un provvidenziale intermezzo al ritmo dell'inno ufficiale e la tensione si trasforma in ballo.
Viene letto il messaggio di José Saramago, lo scandiscono lugubri colpi di tamburo. "C'è già un codice di applicazione pratica della giustizia all'altezza della comprensione di ciascuno, e questo codice è da cinquant'anni la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, quei trenta diritti essenziali di cui oggi si parla solo vagamente, o cadono sistematicamente nel silenzio. E dico che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, esattamente così come è scritta e senza necessità di cambiare una virgola, potrebbe sostituire con profitto i programmi di tutti i partiti politici della terra, in particolare della cosiddetta sinistra anchilosata in formule cadenti, lontane, impotenti ad affrontare la realtà brutale del mondo". In molti piangono, durante l'intervento del grande vecchio portoghese. Porto Alegre 2002 è finita, arrivederci a Porto Alegre 2003.

Un continente in movimento
Schiavitù, debito estero, Aids: sono alcuni dei temi discussi al Forum di Porto Alegre dalla delegazione africana. Composta in gran parte da donne
MARIO PIANTA - PORTO ALEGRE

Il continente perduto, l'Africa, è riemerso a Porto Alegre. Ha rivendicato la sua identità, stretto i contatti con la cultura brasiliana, ridiscusso della schiavitù, chiesto la cancellazione del debito, con il tribunale d'opinione organizzato da Jubilee Sud, denunciato lo sterminio prodotto dall'Aids, che ucciderà nei prossimi anni la metà dei maschi di particolari fasce d'eta in paesi come Sudafrica e Zimbabwe. A fare tutto questo sono soprattutto le donne, articolate, esperte di mille questioni, protagoniste dei movimenti locali, che vengono a raccontare qui, con i coloratissimi vestiti tradizionali, nella babele delle lingue dei paesi colonizzatori. Come Aminata Traorè, ex ministra del Mali, che alla conferenza afro-brasiliana ha ricordato che "l'Africa ha bisogno della sua memoria, ma la sua memoria è fuori dall'Africa", dialogando con le organizzazioni di neri brasiliani e degli Stati uniti. L'analisi del presidente nigeriano della federazione dei sindacati africani è impeccabile. Mette in fila le origini del neoliberismo, il fallimento dello sviluppo, i meccanismi del debito, le decine di milioni di posti di lavoro perduti con la distruzione delle industrie nazionali prodotta dall'apertura dei mercati e dalla privatizzazione delle imprese, e propone alternative sociali, uno sviluppo con al centro le persone, più democrazia, poteri internazionali che tornino nell'unica sede legittima, gli organismi delle Nazioni unite, naturalmente da riformare.
Il linguaggio di tutti è lo stesso dei movimenti degli altri continenti. Democrazia e diritti di cittadinanza, autonomia della società civile, rapporto con lo stato. Una matrona senegalese cita Sartre sul ruolo degli intellettuali e sul fare politica fuori dalle istituzioni. Di donne se ne parla di continuo. Per una giovane ivoriana non devono più essere le "guardiane della tradizione" ma protagoniste del cambiamento, sfidare l'ordine patriarcale, controllare le reti di economia solidale, con un'analisi che unisce femminismo storico e attenzione all'importanza delle culture. Un guineano, in un francese impeccabile, fa la radiografia dei conflitti africani. "Ci sono i conflitti storici ed etnici, radicati nei legami dei popoli con le diverse potenze coloniali e che si aggravano, come in Ruanda, dopo le crisi economiche e alimentari. Ci sono i conflitti politici e tribali, che hanno per oggetto il controllo del potere degli stati. E ci sono i conflitti economici, per il petrolio e i diamanti, come in Angola e Sierra Leone, che sono in realtà guerre tra grandi imprese occidentali per interposta persona". Si mescola la consapevolezza della propria impotenza con la determinazione a "rompere la dipendenza da forze esterne ereditata e imposta all'Africa".
"Non è sempre colpa degli altri", sottolinea un sindacalista della Costa d'Avorio, costringiamo i nostri stati a rispettare le regole, la democrazia, le convenzioni dell'Ilo sul lavoro. E critica i giovani delle elite africane che una volta laureati emigrano in Europa, o gli intellettuali che non vivono insieme al popolo. Tutti denunciano il tradimento dei governi nati dalle lotte di liberazione nazionale, Sudafrica compreso, e la debolezza dei poteri statali esistenti. "Non ci interessa prendere il potere statale", è il ritornello che si sente ovunque, tra gli africani come in tutto il Forum. Sofisticata nelle analisi e attiva nelle campagne, la società civile africana è una vera rivelazione del Forum di Porto Alegre. I controvertici si moltiplicano anche in Africa: nel settembre scorso la conferenza Onu sul razzismo ha portato 6000 delegati a Durban, centinaia erano alla conferenza di Goree che ha condannato la schiavitù come crimine contro l'umanità, diecimila persone saranno alla conferenza di Johannesburg sull'ambiente dell'estate prossima. E l'appuntamento più recente è stato il Forum sociale africano che si è riunito dal 5 al 9 gennaio scorso a Bamako, in Mali, con duecento organizzazioni di 43 paesi. A Porto Alegre è stato presentato il documento finale che parla dell'11 settembre e della guerra Usa in Afghanistan, delle guerre africane in Ruanda, Somalia, Sierra Leone e Ciad, del flagello dell'Aids e del ruolo dell'Europa. Ma, soprattutto, si parla di economia. "L'Africa dovrebbe chiedere la cancellazione immediata del debito - afferma il documento - Non solo l'Africa ha già pagato molte volte il debito, ma sono i paesi dell'occidente che hanno un debito con l'Africa, contratto con la schiavitù e il colonialismo. L'Africa chiede che la questione delle riparazioni sia affrontata seriamente alla conferenza di Monterey in Messico sulla finanza per lo sviluppo" organizzata nel prossimo marzo dalle Nazioni unite. Il testo chiede ai governi africani di "sviluppare sistemi di regole nazionali e regionali per controllare i movimenti di capitale" e denuncia - un tema ricorrente negli interventi africani - l'illegittimità dei risultati del vertice di Doha, in Qatar, dell'Organizzazione mondiale per il commercio. Qui i paesi africani, che erano contrari ad accettare un nuovo ciclo di negoziati per la liberalizzazione, sono stati costretti da durissime pressioni ad accettare all'ultimo momento. Questa ripresa di parola dell'Africa ha già cambiato l'agenda dei movimenti globali, sul debito ad esempio, lanciando la più radicale richiesta di cancellazione. Pone i problemi del razzismo e delle riparazioni per la schiavitù, dà voce alle vittime concrete delle guerre e del sottosviluppo, una voce che i movimenti del Nord dovranno ascoltare sempre più.


LIBERAZIONE

Qui qualcosa è successo
Porto Alegre, chiude il Secondo Forum sociale mondiale: un grande evento, dove si sono prodotte montagne di soluzioni che i potenti della terra non potranno più ignorare
Sabina Morandi
Porto Alegre - nostro servizio Notizie da Berlusconia: un famoso regista si è accorto che il centrosinistra fa schifo. Pare che abbia preso la prima pagina dei giornali. Incredibile. Qui si è discusso di nanotecnologie, di agricoltura e di socialismo. Si sono sfornati piani di pace come fosse niente, per mettere a posto ogni conflitto. Sono stati discussi progetti per la collettivizzazione e la razionalizzazione dell'acqua, del petrolio, del pesce. Si sono fatti i conti in tasca ai militari e ai fabbricanti di armi per vedere dove andare a prendere i soldi necessari a stare tutti un po' meglio. Sono stati presentati nuovi modi di amministrare le città e perfino le nazioni intere, e piani per scambi commerciali meno criminali. Ma certamente tutto questo non vale la prima pagina di un giornale di Berlusconia. Incredibile. Incredibile è anche il fatto che compatrioti ed europei in genere comincino ad ascoltare. Zitti e attenti a pendere dalle labbra di un africano, di un messicano, di un indio chuquimia della Bolivia. Ci hanno messo un bel po', i biancuzzi europei, a mandare giù il fatto che questi sottosviluppati del Terzo mondo abbiano capito le cose prima di loro. Ammettiamolo, per giorni ci siamo aggirati per i luoghi che ospitavano il Forum, sparsi per la città, stupiti e lievemente traumatizzati dall'efficienza dell'organizzazione così come dalla concretezza dei discorsi. E poi, alla fine, ci siamo lasciati travolgere dalla corrente. Per quasi una settimana un fiume di gente in moto perpetuo si è riversata nei corridoi, nelle sale delle conferenze, nelle aule e fra le centiania di bancarelle, tavoli, pannelli esposti nei corridoi delle palazzine e nei giardini dell'università. Si è mossa in un flusso compatto e costante - mettendosi in fila per tutto: conferenze, seminari e "officinias" così come per le scale mobili e perfino per l'ascensore. Poi si è ballato e cantato in lingue sconosciute. Poi si sono raccolti gli incoraggiamenti della gente, per strada, negli autobus e nel taxi: «Mi raccomando fate un buon lavoro: il mondo così com'é fa davvero schifo!». La concretezza del movimento Il documento finale - promessa dell'altro mondo possibile - sta cominciando a girare. Raggiungerà gli angoli più sperduti del pianeta volando nelle valige dei delegati o sparato nei byte della rete. Ieri i delegati pakistani e indiani, mentre traducevano in inglese, si ritrovavano sintonizzati sullo stesso antiamericanismo viscerale. E mentre i loro governanti stanno per nuclearizzarsi a vicenda loro si trovano d'accordo nel dirsi dispiaciuti che la condanna alla guerra non sia stata ancora più dura. Sarà davvero difficile riabituarsi alla piattezza di Berlusconia e sarà difficile riabituarsi a parlare e a pensare in una sola lingua, in senso non linguistico, intendo. Perché qui, ammettiamolo, si è sfiorato un desiderio vecchio quanto la storia della civiltà: quello di una lingua universale con cui accedere alle differenze, per costruire un mondo di pace. E quanta spasmodica curiosità, in questi giorni, quanta fretta di farsi raccontare, di capire, di confrontare incommensurabili differenze e inaspettate somiglianze. «Se ti rilassi» dice un militante italiano-parlante «le barriere cadono e piano piano cominci a capire...» e gli interventi si fanno più brevi, più concreti - bella cura per gli italiani... Sarà forse per questo che litigiosi partiti e litigiose organizzazioni sono riuscite a trovare un accordo su questioni globali ma estremamente concrete, alla faccia di chi accusa il movimento di mancanza di concretezza. Così, dopo qualche giorno si parla sempre più confusalese - una mistura infernale a forte prevalenza ispanica, con un tot di inglese e un tot di portoghese. E ci si sbraccia, parecchio, mimando quando la lingua ti abbandona. Ed è in confusalese che si continua a discutere - ininterrottamente a colazione, per strada, nei ristoranti, con i taxisti, in autobus - un flusso continuo ed esaltante di parole, un tentativo costante di trovare il modo di capirsi col sindacalista brasiliano come con l'indio chapaneco, con la matrona kenyota come con la coreana con la telecamera ultimo grido. Una banca dati sterminata Siamo pazzi, pensi, in questa ambizione sconfinata che non vuole limitarsi a smascherare i rapporti di forza e di potere, di corruzione e di violenza che si celano dietro alle patinate notizie del quieto vivere. L'ambizione si spinge addirittura a proporre soluzioni - sulla salute mentale, sul riciclaggio, sulla bonifica delle zone inquinate, sull'educazione infantile, sull'abbattimento delle barriere architettoniche... - con una presunzione troppo esaltante per essere colpevole ma, soprattutto troppo efficiente per essere ingenua. Qui si sono prodotte soluzioni - una montagna di soluzioni - con cui i padroni del mondo dovranno fare i conti. Anche se continueranno a ignorare - meglio dire nascondere - il movimento nei loro media, nessuno potrà più dire "... e come altro si può fare? " senza sbattere contro un monolitico "COSI" documentato, accessoriato e radicato nelle comunità. Lo sanno bene quelli delle istituzioni globali che quando hanno bisogno di materiale serio - ogni tanto bisogna pure giustificare la propria esistenza - è da queste parti che vengono a pescare, e non certo fra gli scandalosi piani fatti in serie del Fondo Monetario o della Banca Mondiale. Il realismo del Terzo mondo E mentre tu stai li, a costruire l'altro mondo possibile a un certo punto il Brasile arriva. Nel morto ammazzato davanti all'entrata, nell'assalto paramilitare alla sede del sindacato. E nella capoeira dei ragazzi delle periferie che si sfidano nei giardini della Puc e poi chiedono soldi girando tra la gente. Una società violenta, quella brasiliana, che ricorda l'Italia degli anni Settanta con il suo incredibile fermento intellettuale e il susseguirsi di sequestri e rapine quasi giornaliero. Del fermento intellettuale bisogna soprattutto ringraziare una classe di accademici come dalle nostre parti non se ne vedono, appunto, da almeno trent'anni: impegnati e preparati, sulla cresta dell'onda, anzi, della marea montante che sta cambiando il mondo. Perché, una cosa è certa, qui qualcosa è successo. Nessuno che sia stato qui in questi giorni potrebbe mettere in dubbio di avere assistito a un avvenimento storico. Se mai vengono i brividi a immaginare a che livello di scontro si può arrivare quando, come oggi, la possibilità del cambiamento diventa qualcosa di reale che potrebbe toccare tutti i poteri forti e gli interessi in ogni angolo del pianeta. Si tratta di qualcosa a cui probabilmente noi europei siamo meno preparati, rispetto ai compagni di strada che sulla linea del fronte - il Terzo mondo - ci vivono. Ma oggi, in questa mattina - qui - d'estate, non è il momento di pensare a queste cose. Oggi c'é la festa finale e nel "pollaio" della sala stampa si muore di caldo. Fuori la gente balla fra le bandiere che sventolano - brasiliana, argentina, dei Sem terra. Sul palco la bandiera di Attac, l'arcobaleno dei gay, la bandiera palestinese e quella israeliana. Si balla sul palco, tenendosi per mano. Si balla nell'enorme sala, formando girotondi complicati che s'incrociano uno con l'altro. Si balla un samba lento e un po' triste. Molti si abbracciano, in parecchi piangono e perfino i giornalisti hanno gli occhi lucidi. Nei girotondi brasiliane di mezza età eseguono complicati passi insieme agli indios con i copricapi di piume. Gli africani seguono bene. Gli angosassoni inciampano, gli ispanici e gli italiani se la cavano un po' meglio. Ma ci stiamo lavorando, ci stiamo lavorando...




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