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Impressioni di pace da Bagdad
Ci sono moltissime sensazioni che riporto
da questo viaggio di pace.
Sicuramente la pace non si costruisce con
un viaggio, ma dal suo
continuo generare impressioni e riflessioni,
è possibile trovare la
forza per cogliere nuovi percorsi.
Una azione di diplomazia dal basso come quella
organizzata dalla
delegazione di parlamentari ed alcune
organizzazioni della società
civile, rappresenta infatti un tentativo
per riempire l’attuale
vuoto
informativo che tanti squilibri provoca nella
formazione di una opinione
pubblica italiana e mondiale. Farsi un idea
di quello che accade al di
la del nostro orizzonte mediatico è sempre
più difficile, visto che
ormai questi orizzonti sono appiattiti verso
omologazione e la
disinformazione.
Per cui occorre iniziare non a controinformare,
ma a ridare dignità alla
comunicazione e all’informazione, rompendo
il muro dell’esistente
colonizzazione dell’immaginario collettivo
che da per inevitabile
il
concetto di guerra, e il suo simbolico che
genera soltanto una perpetua
violenza strutturale dalla quale non
riusciamo a venire fuori.
Questo viaggio rimane una metafora di questo
percorso conoscitivo e le
sensazione provate sono ancora incapaci di
generare in me visioni di
cambiamento di rotta.
La prima cosa rilevante è aver incontrato
la gente di Bagdad, aver dato
finalmente un nome ai volti al di là dell’immagine
televisiva, aver
sentito le voci di chi non ha possibilità
di farsi sentire, di chi per
anni hanno vissuto tra l’oppressione di un
embargo e la “libertà” di una
assurda dittatura.
Siamo riusciti dunque ad incontrare le persone,
questo era uno degli
obiettivi del viaggio e in pochi giorni con
un serrato programma di
lavoro abbiamo avuto riunioni con :
il Presidente del Parlamento
iracheno; i Presidenti delle Commissioni
parlamentari di esteri, sanità
e ambiente, lavoro e affari sociali e della
religione e del culto; la
locale chiesa Caldea, nella persona del Vescovo;
le agenzie delle
Nazioni Unite, direttori di UNICEF, e UNDP,
e il coordinatore umanitario
per le attività oil for food; le ONG internazionali
e le organizzazioni
umanitarie attive in loco; gli Ispettori
delle Nazioni Unite, nelle
persone del portavoce e del direttore del
centro operativo; il
rappresentante della nostra “sezione di interessi
italiani” a Baghdad.
Abbiamo inoltre visitato: l'ospedale pediatrico
oncologico, dove abbiamo
incontrato il direttore sanitario; la facoltà
di scienze politiche
dell'Università di Baghdad, ospiti del direttore
della facoltà stessa e
una scuola elementare di una zona disastrata
della città di Baghdad.
Durante gli incontri, ci siamo resi conto
della precarietà delle
condizioni di vita dei cittadini iracheni,
imposte dall'embargo, e alle
possibili conseguenze umanitarie di un eventuale
conflitto armato. Gli
operatori umanitari delle Nazioni Unite,
in particolare, ci hanno
esposto il quadro di un paese in estrema
emergenza dove, mortalità
infantile, denutrizione e condizioni igienico
sanitarie sono
strettamente connesse all'embargo e sono
solo parzialmente arginate
dal
programma oil for food, che qualora dovesse
essere interrotto, in caso
di conflitto, causerebbe una catastrofe umanitaria
con migliaia di morti
civili.
La gente per la strada ci ha accolto con
curiosità, ma i tentativi di
trovare un contatto più stabile del sorriso
sono stati vani, sia per la
presenza delle continue ombre di Saddam,
sia per una naturale difficoltà
a trovare un adeguata empatia con il nostro
stile del “mordi e fuggi”.
La vita continua tra le strade di Bagdad,
come se nulla dovesse
succedere come se nulla fosse mai successo,
solo la nostra scia di
bandiere di pace mi ricorda che qui
la guerra si deve assolutamente
evitare.
Sono rimasto colpito da tanti luoghi e da
tanti volti senza rimanerne
affascinato, forse perché avevo paura che
da un momento all’altro
diventassero nuovi obbiettivi da colpire
e nuove cifre di vittime
innocenti da elencare nei nostri telegiornali
e questo pensiero continua
a farmi orrore.
Più di ogni altra cosa prevale in me il disagio
di non trovare un perché
si possa arrivare a concepire una guerra
come questa, un inganno strano
dove la vittima è già morta e il suo assassino
continua a non poter fare
a meno di ucciderla. Credo che l’angoscia
che ci portiamo dentro su
questo guerra e legata al aver compreso che
infondo quel assassino è il
nostro modello di sviluppo che non può fare
a meno di alimentare
ingiustizie perché su queste regge la sua
ragione e il suo essere
modello culturale, capace di genere libertà
sulla pelle dei tanti
apartheid globali che dissemina nel sud del
mondo.
Per questo penso che il lavoro da fare per
contrapporsi alla guerra
parta proprio da questa angoscia, che deve
essere sentita dalle nostre
realtà, tra la nostra gente e trasmessa con
i nostri volti e soprattutto
dalla nostra convinzione di cancellare tutte
le guerre, non solo perché
non sono lo strumento per risolvere
alcun tipo di conflitto ma
soprattutto perché sono il nuovo strumento
per mantenere in piedi la
baracca nella quale noi stessi viviamo. Per
raccontare che il
“nuovo”
di tutta questa vicenda, occorre ritornare
a parlare con le persone e
non con le moltitudini o con le masse indefinite,
spettatrici passive di
tanti orribili abomini nel passato recente,
bisogna arrivare alle
coscienze individuali, ricostruire valori
collettivi ricreare un
immaginario di convivenza pacifica tra i
popoli, e ripartire da questa
per costruire una nuova cultura di
pace.
Riccardo Troisi
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