DOCUMENTI
SEMINARIO WTO E ALTRE ECONOMIE
(a cura di Daniele Tavani - Newbrainframes)
Il Wto da Seattle a Doha
(intervento di Maurizio Meloni)
Premessa necessaria è il problema della mancanza
di informazione su questi temi:
dal silenzio
totale siamo passati ad una situazione
in
cui questi argomenti stanno sulla
bocca di
tutti; tuttavia, l’uso che viene
fatto dei
temi della globalizzazione è
ampiamente strumentale
a istinti da “animali politici”.
Vi è, in
altri termini, un eccesso di
parole ma poca
informazione.
La tesi proposta da Meloni è
che il Wto è
un fenomeno ambiguo: non si può affermare semplicemente che
sia una istituzione buona o cattiva.
Le posizioni
che si contrappongono sul ruolo
del Wto oscillano
tra due polarità: da un lato
si sostiene
che esso sia un luogo attraverso
cui viene
accelerata su scala mondiale
tutta una serie
di fenomeni squilibranti. La
tesi opposta
è che tutti questi squilibri
possono essere
colmati proprio grazie al Wto.
Da un lato,
quindi, c’è chi ne propone semplicemente
l’abolizione, dall’altro chi
sostiene invece
che il problema sta nel poco
potere di cui
istituzioni come il Wto o la
Banca Mondiale
possono disporre. Fino al fallimento
del
vertice di Seattle ha prevalso
la prima tesi,
che era più corretta in quella
determinata
situazione storica. Da Seattle
a Doha e con
la conclusione di Doha si è invece
verificato
un rovesciamento di posizioni.
Oggi, nell’opinione
di Meloni, il Wto è una camera
di compensazione
degli squilibri mondiali da potenziare
più
che un dinosauro da abbattere.
Fino all’11 settembre, l’amministrazione
Bush ha dato una brutta botta
al Wto, con
una politica che prevedeva accordi
bi o trilaterali
aggirando i trade agreements multilaterali che spesso avevano mostrato
di risolversi in fallimenti come
a Seattle.
Si può dire anzi che l’amministrazione
Bush
sia stata il peggior nemico del
Wto fino
all’11 settembre. Il cambiamento
di valutazione,
sia nella società civile sia
nel pensiero
economico, deriva in parte dal
fatto che
queste organizzazioni finché
hanno operato
nel buio hanno fatto quello che
volevano,
nel momento in cui i temi diventano
di interesse
generale le cose sono cambiate.
L’effetto
“occhio pubblico” ha fatto sì
che le posizioni
si modificassero. Un secondo
punto è che
è entrato in crisi il paradigma
neoliberista
che aveva fatto da humus culturale alla politica del Wto portata
avanti fino ad allora. Stiamo
infatti assistendo
ad un cambiamento di atmosfera,
anche culturale
(come di mostrano i premi nobel
assegnati
a Stiglitz e prima ancora a Sen).
La terza
questione è che i rapporti nord
– sud si
stanno riequilibrando e quindi
il Wto può
operare in questo senso: ad esempio
l’ingresso
della Cina del Wto avrà effetti
non soltanto
sull’economia cinese, ma anche
sulle economie
dei paesi membri dell’Organizzazione.
A Doha,
ad esempio, c’è stata una nuova
leadership
del Pakistan e del Brasile, ma
anche dei
paesi africani. Si affacciano
perciò nuovi
protagonisti sulla scena del
commercio internazionale.
La sensazione è che, mentre prima
di questi
cambiamenti l’esistenza stessa
del Wto era
vista a ragione come un residuo
di tempi
ormai lontani, sia ora il punto
di vista
no-global ad essere diventato
giurassico,
a causa del cambiamento rapidissimo
a cui
si è assistito negli ultimi anni.
Oggi nel
Wto continuano a succedere le
cose che succedevano
sempre (che sono una trasposizione
su scala
planetaria di ciò che succede
nei condomìni),
ma il problema è capire se al
suo interno
i meccanismi perversi sono amplificati
o
ridotti. Infatti, guardando la
questione
da questo punto di vista, se
c’è qualcuno
che ha bisogno di uno spazio
pubblico internazionale
dove far conoscere le problematiche
relative
al commercio internazionale,
questi sono
proprio i paesi del sud del mondo.
Quindi attualmente, nell’opinione
di Meloni,
le domande sensate da parte di
coloro che
nel movimento usano il cervello
riguardano
ciò che noi vogliamo da queste
istituzioni,
e si accompagnano al rifiuto
per gli gli
slogan e per la piazza come strumenti
non
idonei al cambiamento.
Alcune questioni dell’intervento
di Meloni
sono a mio avviso controverse,
e richiedono
di essere affrontate in modo
più approfondito.
Senza alcuna pretesa di esaustività,
l'obiettivo
è quello di portare avanti la
riflessione,
più che di giungere ad una proposta
conclusiva.
Una delle questioni riguarda
sicuramente
un problema di democrazia partecipativa.
Da un lato infatti si sostiene
che un contesto
istituzionale multilaterale sia
terreno fertile
per stimolare una partecipazione
dei paesi
poveri alla gestione delle problematiche
del pianeta, dall’altro è però
vero che la
struttura istituzionale consente
questo solamente
a chi è in grado di esercitare
un certo potere di mercato. Questo può essere considerato in vari modi:
come disponibilità di risorse,
come peso
politico, ecc. Ponendo la questione
in termini,
per così dire, di “attitudine
alla lobby”,
anche se attualmente questa è
probabilmente
l’unica strada possibile, in
realtà è forte
il rischio di ottenere come risultato
uno
scontro tra titani più che un’economia
e
una società globale.
Diversi modelli di globalizzazione
si stanno
già di fatto contrapponendo,
quella della
tigre socialista cinese contro
quella social-liberale
europea contro quella neoliberista
americana.
L’affacciarsi di nuovi attori
internazionali,
come le economie sudamericane
o africane,
sul terreno di spartizione della
torta, è
una fonte di conflitti potenziali
ancora
più elevati. Con questo non si
vuole sostenere
il fatto che non sia un diritto
anche degli
abitanti del Sud il godere di
parte del benessere
del primo (e di quello incipiente
del secondo)
mondo, anzi. La tesi che sto
cercando di
proporre è che in quest’ottica
l’espansione
del mercato è destinata ad essere
sopraffatta
da una regionalizzazione che,
se oggi è accennata
e già problematica, domani potrebbe
diventare
a maggior ragione altamente conflittuale.
Il problema risiede nel fatto
che la torta
da spartire è da considerarsi
come un dato,
non come in espansione. Fino
a che non vengano
implementate nuove fonti di energia
con costi
e risultati competitivi rispetto
a quelle
esistenti, la corsa all’approvigionamento
e alla fornitura potrebbe innescare
forme
di concorrenza sleale (dumping
ad esempio)
ancora più marcate di quelle
attuali. In
sostanza, se il ragionamento
viene condotto
all’interno di un sistema che,
oltre all’aspetto
istituzionale, consideri anche
la questione
risorse, lavoro, ecc., forse
verrebbe alla
luce che il meccanismo, così
come concepito,
ha dei bugs interni che sono di soluzione molto difficile.
Questo perché all’interno del
sistema internazionale
mancano incentivi a forme allargate
di cooperazione.
Se oggi i giocatori sono pochi,
domani potrebbero
diventare di più, ma non cambierebbe
il meccanismo
non cooperativo. Si creerebbero
accordi espliciti
o impliciti di cartello tra macroregioni
al fine di escluderne altre,
di fatto riproponendo,
solamente in un modo più avanzato,
la situazione
attuale. Quindi una distribuzione
più equa
del peso politico delle varie
realtà che
si confrontano sul mercato globale
è solamente
una prima fase di un processo
molto più ampio
che dovrebbe essere orientato
a stimolare
atteggiamenti collaborativi diffusi.
Ciò
è assolutamente impensabile in
un modello
come quello attuale, ma lo sarebbe
altrettanto
all’interno di uno schema che
ne fosse solo
un’appendice, e non invece un’evoluzione.
Quindi bene la riforma e il potenziamento
del Wto, a patto che l’orizzonte
di riferimento
sia lungo e non meramente piegato
agli interessi
regionali. E soprattutto a patto
di meccanismi
fortemente disincentivanti, non
solo sulla
carta, nei confronti di pratiche
tendenzialmente
lesive della concorrenza, accanto
ad incentivi
concreti al rispetto delle regole.
Il commercio internazionale negli ultimi
50 anni
(intervento di Marco Zupi)
Dopo la fine della guerra, la ricostruzione
post-bellica immediatamente successiva
si
prefiggeva l’obiettivo di creare maggiore
sviluppo inteso come benessere, qualità
della
vita. La convinzione sottostante a
questo
intento era che lo sviluppo si realizza
attraverso
la crescita economica, e che una maggiore
crescita economica è possibile per
mezzo
del commercio internazionale. Il commercio
internazionale era visto in altri termini
come il motore della crescita. Una
seconda
convinzione che stava dietro alla costruzione
dell’architettura istituzionale internazionale
era che il commercio funziona meglio
se regolato
da accordi multilaterali.
Le grandi istituzioni che hanno retto
il
sistema delle relazioni internazionali
di
questi ultimi 50 anni sono tre: il
Fondo
Monetario Internazionale, La Banca
Mondiale
e Il Wto.
a. Il Fondo Monetario Internazionale
ha a
che fare con il commercio internazionale
perché ha l’obiettivo di tutelare i
paesi
che si trovino in una situazione temporanea
di squilibrio di bilancia dei pagamenti.
Fu concepito come una soluzione per
favorire
una politica di integrazione commerciale
strutturandosi come fondo che può erogare
linee di credito a copertura di questi
ammanchi
temporanei di bilancia dei pagamenti.
b. Poiché però potrebbero presentarsi
situazioni
in cui paesi, più che fronteggiare
temporanei
squilibri, devono ricostruire le proprie
infrastrutture e quindi strutturare
la loro
economia per far fronte all’integrazione
commerciale, viene istituita la Banca
mondiale,
che ha il compito di provvedere a questo
tipo di problemi strutturali e non
meramente
congiunturali, con un orizzonte di
lungo
periodo. Essa concede allora linee
di credito
con un orizzonte temporale più lungo.
c. La terza necessità era quella di
instaurare
fiducia dei paesi verso il commercio
internazionale,
ad esempio abolendo le barriere commerciali
che sono considerate tra i principiali
ostacoli
all’integrazione commerciale: difficile
in
un gioco con molti attori come l’economia
internazionale che un paese faccia
il primo
passo. Ci vuole allora un altro elemento
che promuova l’integrazione commerciale
da
questo punto di vista. Due erano le
correnti
di pensiero a riguardo: quella inglese
e
quella americana. La prima prevedeva
la possibilità
di avere un’organizzazione strutturata
al
pari di IMF e WB; inoltre, un’altra
considerazione
stava alla base di questa proposta,
e cioè
che gli squilibri della bilancia dei
pagamenti
sono ovviamente simmetrici: se un paese
è
in deficit da qualche altra parte ci
sarà
un paese in attivo. La seconda proposta,
che poi prevalse, fu quella degli Stati
Uniti
di organizzare non una struttura ma
accordi
periodici, cioè il sistema GATT. Inoltre
prevalse la posizione di chi riteneva
giusto
addossare la responsabilità dei pagamenti
al paese che si trovi in deficit di
bilancia
dei pagamenti. Sono anche considerazioni
di carattere storico-politico quelle
che
hanno portato ad un sistema strutturato
in
questo modo: in quel periodo gli Stati
Uniti
non vedevano nell’Europa un concorrente
nel
commercio internazionale, quindi il
peso
politico dell’Europa, che voleva invece
un
organismo regolatore, non fu molto
elevato.
Prevalse la convinzione che il commercio
poteva autoregolarsi e che fossero
sufficienti
accordi periodici senza una struttura
istituzionale
fissa.
Le verifiche empiriche mostrano che
anche
se c’è correlazione tra liberalizzazione
commerciale e maggiore crescita economica,
risulta maggiormente confermato il
processo
inverso: crescita economica si accompagna
a liberalizzazione, quindi la causazione
è invertita. C’è quindi una convinzione
ideologica,
più che supportata dai fatti, secondo
la
quale il commercio internazionale è
un processo
che interagisce con molti altri, eppure
continua
ad essere il perno delle misure di
politica
economica internazionale.
Anche oggi quando si parla di cancellazione
del debito, la sostenibilità viene
associata
al peso del debito rispetto alle esportazioni:
anche in quest’aspetto emerge la centralità
dell’integrazione commerciale anche
se le
verifiche empiriche non confermano
quest’aspetto.
Si assume in altri termini che la capacità
esportativa sia di per sé strumento
di crescita
economica. Nel processo di liberalizzazione
in corso, un altro assunto smentito
dalle
verifiche empiriche è che liberalizzazione
commerciale e finanziaria vadano di
pari
passo. La realtà è invece molto più
complessa
(come mostra anche il caso più recente
dell’Argentina),
e la liberalizzazione finanziaria è
spesso
di freno alla liberalizzazione commerciale.
Chiaramente la partita commerciale
ha un
ruolo centrale nel funzionamento dell’economia;
tuttavia i processi non sono indipendenti
dalle posizioni di forza degli attori
in
gioco. In realtà la teoria del commercio
internazionale dominante non tiene
conto
dei rapporti di forza, delle rendite
di cui
beneficiano i paesi che hanno maggior
peso
nel commercio. Un ultimo aspetto è
legato
al rapporto commercio-aiuti: un altro
slogan
è che i paesi del sud del mondo non
abbiano
bisogno di aiuti ma di liberalizzazione
economica.
Invece, analizzando circa 130 modelli
di
relazione tra aiuto e sviluppo, questo
automatismo
largamente propagandato non è affatto
confermato.
Mosley ha evidenziato che esiste un
paradosso
micro-macro: microprogetti che nel
sud del
mondo possono avere impatti positivi
sullo
sviluppo non sono confermati a livello
macro.
Il problema, ancora una volta, è quello
di
capire all’interno di cosa si colloca
il
processo di liberalizzazione commerciale.
In Brasile ad esempio si dice che il
Nord
del mondo predica bene e razzola male,
perché
propugna il libero scambio ma è il
primo
a non aprire il commercio al Sud del
mondo.
Tuttavia, se consideriamo il fatto
che la
situazione distributiva in Brasile
è fortemente
diseguale, è facile intuire che se
il brasile
avesse la possibilità di accedere ai
mercati
europei, non automaticamente vi sarebbero
benefici per tutta la popolazione,
perché
crescerebbe il reddito pro-capite ma
la distribuzione
non migliorerebbe.
Elenco documenti
|