Sony crea l'operaio-massa
Burli:«Le
multinazionali annullano l'identità» Il sindacalista Cgil interviene
al dibattito sulla globalizzazione
r.t.
ROVERETO. «Sony è riuscita, in questi dodici
anni, ad annullare l'identità dei lavoratori, illudendoli di far parte
di una grande famiglia. E' chiaro che ora gli operai si sentono come
un pugile suonato, spaesati. Soffrono della sindrome degli orfani».
Paolo Burli, segretario provinciale della Filcea Cgil, ieri sera ha
partecipato ad un dibattito molto interessante al Centro per la pace,
un incontro che aveva come oggetto le multinazionali. L'ospite, dunque,
era il più indicato, visto che Rovereto sta vivendo una situazione decisamente
particolare, figlia diretta della globalizzazione e del rapporto tra
una comunità ed una multinazionale. E Burli non è andato per il sottile,
ammettendo chiaramente che le multinazionali stanno portando avanti
un'operazione di espropriazione culturale da fermare immediatamente.
E per questo ha applaudito il popolo di Seattle, paragonandolo ai sindacalisti
che morivano davanti ai cancelli delle fabbriche per salvare la propria
identità e dignità. Secondo Burli, dunque, serve un'inversione culturale
che parta dai consumatori per interrompere l'opera di espropriazione
delle multinazionali, le quali ora - pare di capire dalle parole del
sindacalista - sono inarrestabili. «Ci sono - fa notare - delle contraddizioni
palesi, che danno un messaggio distorto delle stesse aziende: in fondo
le multinazionali sono quelle che pagano meglio, dove i rapporti sono
buoni. Con la Sony, pur essendoci un basso numero di operai sindacalizzati,
i rapporti sono stati buoni: sono stati siglati ben 82 contratti di
lavoro, aprendo frontiere a forme del tutto innovative. La Sony e i
giapponesi in genere hanno avuto fino a poco tempo fa una cultura diversa
dalle multinazionali americane. Oggi invece si sta adeguando perché
il mercato è diventato talmente aggressivo che nessuno può permettersi
di andare per il sottile». Ma la Sony poteva restare a Rovereto? Secondo
Burli sì. «Poteva benissimo procedere alla riconversione. Forse le costava
10, 15 miliardi, cosa volete che siano? Solo che la riconversione è
stata fatta in Austria. Sapete perché? Perché il presidente di Sony
Europa è austriaco. Insomma, la salvezza o meno di duecento posti di
lavoro, in una situazione di globalizzazione come questa, dipende anche
solo da sfumature come questa. Sono anche queste le differenze che portano
la Sony alla chiusura o all'investimento di centinaia di miliardi nella
Biochemie del gruppo multinazionale della Novartis».